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Tra i tanti interventi che hanno accompagnato i tragici eventi di Tunisi ve n’è uno che mi ha colpito in modo particolare. È quello che nella sua rubrica su “La Stampa” ha scritto Massimo Gramellini a commento della foto pubblicata su Twitter dai “trombettieri dell’Isis” – così li chiama Gramellini a voler sottolineare come la guerra sia condotta innanzitutto con le armi della propaganda e con l’amplificazione della comunicazione mediatica – foto che ritrae un pacifico e sorridente signore in pensione, Francesco Caldara, sulla quale è stata sovrapposta una croce e che reca come didascalia la frase: “Questo crociato è stato schiacciato dai leoni del monoteismo”. Se dietro quella foto non vi fosse la tragedia della morte assassina, verrebbe da far sberleffi a simile idiozia. Ed invece è qualcosa che deve invitarci a riflettere seriamente su ciò che sta avvenendo sull’altra sponda del Mediterraneo. Innanzitutto l’uso del fanatismo monoteistico come arma possente di propaganda e di reclutamento in un sottobosco caleidoscopico che si basa su due punti di forza: quello della guerra fratricida dentro la grande spaccatura della religione islamica tra sunniti e sciiti, tra ala radicale estremistica e ala moderata e dialogante dell’Islam, e l’altro dell’effetto di suggestione che l’attacco non solo militare, ma soprattutto mediatico dell’Isis ha avuto ed ha su tanti giovani provenienti dalle periferie urbane delle grandi metropoli europee o dai campi profughi delle guerre sbagliate volute e condotte dalle potenze occidentali e dai loro alleati, con una lunga scia di sangue, dai Balcani all’Afghanistan, dall’Irak alla Striscia di Gaza, dalla Siria alla Libia. Ora non bisogna commettere il solito errore di affidarsi alle sole roboanti dichiarazioni (anche quelle dell’Onu) alle quali non seguono decisioni effettive. Bisogna allora aiutare nei fatti la Libia a ricostruire una autorità statale forte e riconosciuta, così da bloccare per quanto possibile aiutandole in loco, le migliaia di profughi e migranti che cercano di approdare in Europa in cerca di lavoro e di pace. Bisogna aiutare il governo tunisino e impedire che il paese, l’unico tra quelli che dalle primavere arabe hanno tratto il risultato di un governo laico e democratico, sprofondi come negli altri nell’inferno della guerra civile. Gli attacchi dei fanatici assassini dell’Isis non sono fatti a caso. Essi colpiscono i luoghi della cultura e dell’economia: della cultura giacché essi incarnano la peggiore tradizione iconoclasta e il disprezzo per i resti delle religioni e delle civiltà diverse dalla loro; ma hanno di mira il turismo e la tranquillità nelle città, colpendo interessi economici e fomentando risposte qualunquistiche ed estremistiche. La Tunisia viene colpita perché è l’esempio evidente e concreto che è possibile una alternativa democratica araba al fondamentalismo della Jihad, ma è anche un laboratorio politico da esportare negli altri paesi arabi, dal momento che il partito islamico Ennhadha siede in un governo di coalizione con i partiti laici. Ma ora spetta anche all’Europa di fare la sua parte, intervenendo con aiuti economici e logistici in Tunisia, in un momento in cui l’attentato al Bardo avrà forti ripercussioni sul turismo. Finisco col sottoscrivere in pieno la conclusione dell’elzeviro di Gramellini: “Il crociato, l’ebreo, l’omosessuale, il clandestino. Sono sempre le astrazioni che riducono in pappa i cervelli. Dio del buonsenso, se esisti, ma anche se non esisti, dammi la forza di vedere nel prossimo le storie e mai le etichette, i nomi e i cognomi invece che i simboli”.