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Alla coalizione perdente resta solo un obiettivo

Opinionista: 

Ha un bel dire Giuseppe Conte che il voto umbro non riguarda il governo. Anche in considerazione dell'ampiezza del successo conseguito dalla coalizione di centrodestra, lo riguarda, eccome. E negarlo significa far la parte dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. Ecco perché è opportuno tornare a parlare del voto di domenica scorsa se vogliamo cercare di capire quale futuro ci aspetta. Le dimensioni della disfatta subita, soprattutto dai cinquestelle, usciti letteralmente travolti dal voto, non lasciano grande spazio al dubbio. È inutile farsi illusioni. La realtà è che il voto umbro non è affatto un test di ridotte dimensioni localistiche come superficialmente o strumentalmente si tende da qualche parte ad affermare. Costituisce, infatti, una sorta di verdetto inappellabile che ci dice che il centrodestra a conduzione Salvini vincerà le prossime elezioni politiche e il burbanzoso leader della Lega sarà il futuro capo del governo. Per evitare una simile prospettiva (per alcuni un auspicio, per altri una disgrazia) dovrebbero verificarsi - ma non siamo comunque certi che sarebbero risolutive - almeno due condizioni. La prima è che l'attuale legislatura, nella quale Cinquestelle, Pd e Italia viva dispongono della maggioranza parlamentare, si protragga sino al suo termine naturale, vale a dire per tre anni e mezzo circa. Il tempo, specialmente con un elettorato "mobile" quale si va sempre più rivelando quello italiano, potrebbe modificare molte cose, magari facendo venire meno l'ubriacatura pro Salvini. La seconda condizione è che il governo Conte si dimostri capace di ottenere risultati talmente brillanti da indurre gli elettori a rivedere i propri attuali orientamenti. Ma, per questo, servirebbe una coalizione assolutamente compatta. Il che non è. In questa situazione, realisticamente e superando molte difficoltà, Pd, Cinquestelle e Italia viva dovrebbero puntare soprattutto ad un obiettivo che non è tanto quello di arrivare alla fine naturale della legislatura, quanto quello di resistere almeno per i due anni che mancano all'elezione del prossimo Presidente della Repubblica nella quale, mantenendo in Parlamento la maggioranza attuale, sarebbero loro a decidere. È questo il solo, vero obiettivo che gli attuali “perdenti” possono proporsi di conseguire. Anche in tal caso, però, occorre quella coesione e quella unità di intenti che, al momento, non sembrano esserci. In questo contesto, un'ultima notazione ci sembra inevitabile. È molto probabile che l'attuale maggioranza avrebbe perso le elezioni umbre anche con l'apporto di "Italia viva". Ma l'assenza di Matteo Renzi dal team che doveva contrastare la marcia trionfale del terzetto che fa capo a Salvini, ci lascia fortemente perplessi. Non abbiamo mai nascosto di considerare iniquo e ingeneroso l'ostracismo del Pd nei confronti di un segretario che, dopo aver portato il partito a ottenere, nelle "europee" del 2014, un successo record, è stato fatto oggetto, da parte dei suoi stessi compagni di uno spietato "fuoco amico". Ma, considerando, tra l'altro che proprio Renzi ha svolto un ruolo determinante nel sostenere l'intesa che ha portato alla formazione del nuovo esecutivo, la sua dissociazione nelle elezioni umbre è scarsamente comprensibile. In una coalizione o ci si sta o non ci si sta. Ma starci a giorni alterni solo per coglierne benefici, non giova all'affidabilità e alla credibilità di chi in tal modo si comporta.