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Ancora a vuoto le trappole della coppia Schlein-Conte

Opinionista: 

“Il miglior disprezzo è la non-curanza”. Quindi ha fatto bene la Meloni a fare orecchie da mercante alla provocazione di Lucci inviato di “Striscia la notizia” che, durante la conferenza stampa di presentazione del festival di Sanremo, ha chiesto ad Amadeus e Mengoni di mostrare la patente “antifascista” dedicando qualche strofetta di “Bella ciao” alla premier. I due, forse per evitare l'accusa di servilismo pro Meloni lo hanno fatto. Certo, hanno rischiato che le contestazioni venissero dalla destra. Che, però, se n'è guardata bene. Dimostrando che FdI può contare su una classe dirigente vera, che sa come evitare le trappole e cosa deve fare. E, soprattutto, quando. Provate anche soltanto ad immaginare cosa sarebbe successo, se Meloni o chi per lei avesse protestato! Ma la destra ha taciuto, non ritenendolo giustamente un suo problema. Quella piddina, invece, si è persa per strada e a forza di seguire le “ricette” della Schlein, da tempo, non ne azzecca più una. E proprio il giorno è stata ufficializzata l'inesistenza di Telemeloni, è andata con spiccioli di militanti e qualche politico organico a protestare davanti la Rai a Viale Mazzini contro “ciò che non c'è”. Intanto, sulle strade sfilavano i trattori, per contrastare le folli ideologie green della Ue. Lo giuro, se lorsinistri lo avessero fatto, contro Teleamadeus e lo squallido spettacolo cui l'Italia stava assistendo, condito dalla pubblicità occulta, alle scarpe di John Travolta durante il balletto del “Qua Qua”. Che alla fine ha offeso anche lui, che si è opposto alla sua diffusione web e la Rai minaccia di denunciarlo. Avrebbero meritato una “standing ovation”. Ma Elly e compagni, non contestavano per questo, e neanche per gli sperperi grillineschi: Rdc, che l'Inps ha certificato in 34,5 miliardi; del bonus 110%, 140miliardi o per le dimissioni dei due membri (Vaccari Pd e Zaratti Avs) del Giurì d'onore voluto da Conte per la questione Mes che hanno costretto il presidente della Camera a scioglierlo. Consentendo così a Giuseppi di scampare il rischio di essere sburgiardato e eaccusare la maggioranza di lesa imparzialità. Ma il giochetto era fin troppo scoperto e gli italiani, che non sono stupidi, se n'erano resi conto già mentre guardavano il guanto di sfida volare, Nell'aria del Parlamento. Purtroppo, ciò che li preoccupa è solo come restare in paradiso a dispetto dei santi. Anzi, degli italiani! Chi non ricorda che, negli anni novanta, gli euroeuforici per farci digerire l'Ue sostenevano che ci avrebbe arricchiti e preservati da nuove guerre? Purtroppo, le cose sono andate, e vanno, in direzione opposta a quella promessa e anche quelli che ci avevano creduto, cominciano ad avere dubbi. E pur senza pretendere che si torni indietro, chiedono con forza che qualcosa cambi. E non hanno alcunché da rimprovarsi per aver cambiato idea. Sbagliavano prima, non adesso. In questi primi 23 anni di vita dell'Ue, i 6 Paesi fondatori, sono diventati 28, prima, e 27 dopo la Brexit. Crescita numerica, ma non qualitativa per i cittadini. La sinistra, praticamente, da sempre alla guida dell'Ue, è riuscita laddove in Italia (per fortuna, altrimenti ne sarebbe conseguito un suicidio collettivo) hanno fallito 5S e Pd. E cespugli: realizzare la decrescita (in)felice. E questo, a causa delle regole via via più ideologiche e rigide degli euroburocrati, diventate insostenibili, relativamente alla transizione ecologica, energetica, alimentare agricola e il continuo aumento dei tassi “antinflazione” della Bce. Certo, con il dietrofront della Ue sui pesticidi, sul mantenimento della produzione dei prodotti base della dieta mediterranea e la promessa di nuovi sussidi, mentre in Italia si lavora a sconti per l'Irpef agricola e per destinare 8 miliardi Pnrr all'agricoltura, gli altri governi stanno predisponendo interventi per il settore. Ma il traguardo, per quanto più vicino, è ancora lontano. Per il momento sono ancora chiacchiere. Per altro, mancano 100 giorni alle Europee e la disponibilità della Von der Leyen e dei governi nazionali potrebbe essere frutto di un'esigenza elettorale. Ma c'è da risolvere, anche il problema della concorrenza sleale dei Paesi extraeuropei dove la produzione non è soggetta alle rigide norme “green” di Bruxelles. I cui prodotti, privi dei nostri standard qualitativi, costano meno sia ai produttori, che ai consumatori. E l'affare s'ingrossa farcendo male anche ai cittadini.