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Attenti alle mammografie con macchinari obsoleti

Opinionista: 

M ilena Gabanelli e Simona Ravizza, in un’inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera, hanno con molta determinazione e coraggio dimostrato, con ricorso a fonti inattaccabili, come la mammografia effettuata con macchinari spesso superati, determini false diagnosi o, addirittura, l’irrimediabile aggravarsi di patologie altrimenti più che curabili. In una mia indagine propedeutica a un saggio in via di completamento, ho avuto modo di costatare come le conclusioni delle due valorose Colleghe trovino un riscontro che a mio parere riguarda anche altri ambiti molto più ampi. Mi riferisco ai protocolli oncologici che riguardano le donne e, in particolare, alle mammografie ed ai Test di Papanicolaou che sono finalizzati alla prevenzione, rispettivamente, del carcinoma del seno e del collo dell’utero. Queste verifiche, con grande valenza scientifica e con l’indiscutibile merito di aver mobilitato l’attenzione pubblica con, sembra, un’apprezzabile riduzione delle patologie oncologiche, hanno, come contraltare, ritorni economici, a livello nazionale e internazionale, per gli operatori privati spaventosi. Molto più, probabilmente, di quanto producano gli screening di eguale importanza praticati agli uomini – quelli sulla prostata – che sono per loro natura più pavidi e superficiali. Ciò che le giornaliste hanno evidenziato con abbondanza di dati statistici, la cui fonte sono il Ministero della Salute e la Confindustria, è la quantità di danni correnti e prospettici che su una massa di donne enorme procura l’utilizzo di macchinari in molti casi obsolescenti. L’emissione di radiazioni debordanti da quelle prodotte da attrezzature di ultima generazione, e il rilascio di diagnosi imprecise per l’utilizzo di apparecchiature antiquate, è enorme e non valutabile. Ci permettiamo di aggiungere alle conclusioni delle due giornaliste, un’ipotesi che dovrebbe essere approfondita da chi ne abbia i titoli, costituita dall’utilizzo, per la componente umana, di personale che per le sue caratteristiche ha costi molto bassi per le aziende private e convenzionate, o per le strutture pubbliche che non godono di finanziamenti adeguati alle esigenze della popolazione. Molto spesso, infatti, si tratta di giovani tecnici di radiologia, con titolo accademico adeguato e volenterosi, se affiancati da medici, ma privi della necessaria esperienza per rendersi utili nelle migliori condizioni. Per le mammografie, il posizionamento dell’organo sulla mensola del mammografo è pregiudiziale all’emissione di meno radiazioni possibili e alla migliore individuazione dei focolai cancerosi. Così come con il Pap test sarebbe indispensabile la necessaria capacità tecnico professionale che, per legge e regolamenti europei, verrebbe riconosciuta, nello specifico, solo ai ginecologi ed alle ostetriche e non agli infermieri. È possibile che nelle mammografie vengano utilizzati, sia nel pubblico che nel privato – in questo secondo caso per ridurre i costi del Personale, nel primo per carenza di dipendenti – tecnici privi di esperienza? È verificabile che per i prelievi con la spatola di Ayre di cellule dal collo dell’utero vengano impiegati giovani infermieri con contratto di formazione od a partita Iva? Se casi del genere si verificano realmente, quante nostre mamme, sorelle, fidanzate e mogli dovranno affrontare – dopo aver subito l’umiliazione di essersi esposte al naturale come Eva prima del morso fatale, per indagini estremamente invasive a personale di sesso maschile e inesperto
e giovane – cancri mortali? Con quali tragedie personali e con quali spese che si potevano evitate per uno Stato come il nostro emofiliaco ed affamato di denaro? Il ministro della Salute, Roberto Speranza, è informato su tale ipotesi? Se positivo, cosa ne dice? Ci sono Speranze?