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Brunetta ha ragione, è finto smart working

Opinionista: 

Il ministro del Lavoro Renato Brunetta non le manda a dire. Ha il pregio della comunicazione diretta, che a volte può piacere, altre volte no. La sua “provocazione”, più recente è stato l’invito energico a dipendenti del pubblico impiego a tornare a operare in presenza. “Basta far finta di lavorare”, ha chiosato, “con il telefonino poggiato sulla bottiglia del latte”. Si può replicare, come hanno fatto i sindacati, che è lo stesso Ministero a proporre in sede di rinnovo contrattuale la modalità del lavoro agile per chi ha una mansione che non obbliga necessariamente alla presenza. È tuttavia chiaro che una cosa è ipotizzare in indeterminate circostanze di rendere stabile l’eccezione, ossia lo smart working, altra cosa è il giudizio complessivo sugli esiti della rivoluzione organizzativa imposta dal lockdown. Alla luce delle esperienze vissute dai professionisti che si interfacciano con la pubblica amministrazione, la battuta di Brunetta non appare così peregrina. Almeno in un senso: la produttività del pubblico impiego appare diminuita con lo smart working, non aumentata come affermano i sindacati. Risposte per le quali, in regime di lavoro fisico, si doveva attendere un mese, arrivano con tempi duplicati o addirittura triplicati. Si può discutere se la causa è quella prospettata dal Ministro, vale a dire una tendenza di gran parte dei lavoratori pubblici a ridurre se non azzerare la prestazione resa in ufficio. Potrebbe esserci una spiegazione più complessa, e anche in questo caso, tempo fa, fu Brunetta ad avanzarla. Tecnicamente, sottolineò il ministro, nella pandemia non si è fatto smart working, perché l’organizzazione del lavoro non è stata modificata per adattarla al lavoro a distanza. Ci si è limitati a “remotizzare il lavoro d’ufficio”. Va inoltre ricordato che la minore produttività della pubblica amministrazione italiana è un dato di fatto, a prescindere dal lavoro agile. Non a caso si tenta da decenni di riformare la Pa, per erogare servizi ai cittadini più vicini per qualità e quantità a quelli forniti in paesi come Francia o Germania. Il problema è che invece di puntare al risultato, nella pubblica amministrazione si cerca di completare iter procedurali, spesso lunghi e tortuosi. Se lo smart working, anzi il ‘finto smart working’, per usare un’espressione che non offenda nessuno, peggiora la situazione, fa bene Brunetta ad auspicarne un rapido ridimensionamento. Lo desiderano centinaia di migliaia di cittadini, che in questo biennio ne hanno pagato le conseguenze.