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Carnevale e i trattori? Tutti con “re contadino”

Opinionista: 

Oggi “esce” il Carnevale, “re contadino”, un titolo legittimo, meritato e amato, per i suoi remotissimi natali agrari e le ritualità tipiche dei primitivi nuclei patriarcali. “Esce”: è questo il verbo giusto per dare la vera idea dell’inizio di una festa, subito trascinante, con il suo pittoresco e burlesco corteo mascherato, la sua storia ultra centenaria. Per tre giorni e per tre notti, in molti centri, piccoli e grandi della Campania, rivive questa tradizione dai molteplici significati. Liberatorio dalle forze del male, di propiziazione delle divinità per un buon raccolto, canzonatorio, satirico e di rivalsa verso il potere, ogni potere. Spenti i fuochi del paganesimo, la Chiesa, dopo il Mille, fa piazza pulita di miti e riti, di colonne e capitelli raccogliticci di gaudenti fasti imperiali, utilizzanandoli per la costruzione per i suo ipogei romanici. Grazie all’opera del monachesimo benedettino si avvia il dissodamento delle terre, spiegando alla gente i benefici e la dignità del lavoro, diritti e doveri, preghiere e legittimi svaghi. In seguito, nel ‘600, viene concesso al popolo di festeggiare il Carnevale ma , dopo i tre giorni di festa, alle “Ceneri”, gli si ricorda la “caducità della vita”. La Controriforma frena ogni intemperanza, il Carnevale dei nobili però riprende nei sontuosi palazzi del vicereame, che controlla la festa, organizzata dai nuovi ceti emergenti, del commercio e dei mestieri, mentre il mondo rurale che sfanga, dimentica la fatica con danze contraddanze e tarantelle. Osservando oggi la mappa degli eventi, la gemmazione dei carnevali dalla mitica Campania felix di Palma Campania, Saviano, Somma, Villa Literno alle diramazioni capillari nelle aree interne si vede chiaro il percorso della grande forza propulsiva di tradizioni, risalenti agli antichi popoli italici guerrieri e contadini. In particolare dei Sabelli, da cui discendono i Sanniti. Spesso il discorso sulle tradizioni si banalizza, anche con una convegnistica ripetitiva, le cui relazioni non indicano quasi mai percorsi definiti ma lasciano. È tempo di rilanciare la ricchezza della cultura popolare ponendo maggiore attenzione alla originaria e feconda civiltà contadina, un granaio di saggezza e di arguzia. Oggi la coincidenza casuale del Carnevale con la grandiosa pacifica sfilata dei “trattori”, della gente dei campi, che lotta contro chi “vuole snaturare la natura”, può, deve far cambiare in positivo tante cose dopo scempi indiscriminati con l’alibi del progresso. “L’Italia è bella dentro”, il libro, sempre attuale, del giornalista Luca Martinelli sulla resistenza socioculturale ed economica delle aree interne, è un titolo molto indovinato. C’è una parte del Paese dalla bellezza interiore, percepibile non nella velocità, intima come le piccole chiese che raduna, carica di sacre culture, esclusa per costituzione geografica da visioni pigre e calpestate produttività dal circo delle ambizioni, quasi rassegnata allo spopolamento, con i giovani costretti a lasciarla e i vecchi a custodirne il museo d’ombre. Quest’Italia lenta, riservata e silente, che si estingue, ricorda, resta, resiste, conserva, meriterebbe un contraltare creativo e comunicativo al gran ciacolare della politica e all’automatismo superficiale del main-stream mediatico, che ne predilige le cronache impazzite, la retorica dell’eroe. Sarebbe auspicabile per le aree interne non solo una narrazione dal rigoroso realismo antropologico, quanto la costruzione di una nuova narrativa, che sappia raccontarne l’esclusività e l’esclusione, indagarne le vocazioni territoriali e il respiro universale, sondarne il vero e il verosimile, la magia e il disincanto”. La rivolta pacifica dei trattori stronca d’ora in avanti tutti i velleitarismi.