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Cazzimma nel vocabolario, Napoli esalta una sua dote

Opinionista: 

«Tengo 'a “cazzimma” e faccio | tutto quello che mi va | pecché so blues e nun | voglio cagna’». Così quarant’anni fa Pino Daniele cantando “A me me piace ’o blues” dà un colpo netto allo “sdoganamento” del vocabolo. Le parole volano, quelle di un brano musicale hanno le ali e il motore nel contempo. Ci pensa successivamente Aurelio De Laurentiis - era febbraio 2017 - commentando la debacle degli azzurri: «Questa sera ai ragazzi è mancata la "cazzimma" napoletana. L’ha avuta solo Insigne, gli altri non esistevano, erano come bloccati di fronte a questi mostri sacri del Real Madrid». Niente male nemmeno Alessandro Siani che spiega a un suo interlocutore: «Cos’è la “cazzimma”? Nun t’o bboglio ricere, chest’è ’a cazzimma». È la rivincita dell’orgoglio dei napoletani, specie dei giovani e del “popolino”: il termine cazzimma - ora possiamo togliere le virgolette - entra tra le 145mila voci del vocabolario della lingua italiana Zanichelli (380mila significati, 70mila etimologie). Resterà pure e ancora una forma dialettale, regionale, gergale e, perché no, pur sempre intriso di un pizzico di volgarità, quanto basta per intossicare la nettezza dell’eloquio dei puristi del nord. Ma non è più una “bestemmia” linguistica. Sono stati inseriti in questa categoria degli slang colloquiali parole come saccagnare (pestare), sgalfo (di scarso valore), ingarellarsi (mettersi in competizione), umarell (un ometto, più o meno, che guarda i cantieri). Poi, d’ora in poi, acquista cittadinanza italiana, anche il signor “cocuzzaro”, il venditore napoletano di cocozze, le saporite zucche. Già il principe della risata ci mise del suo, con il celebre “tutto il cocuzzaro”, pronunciato sessant’anni fa nel film “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”. La frase risaliva a un antico gioco per bambini, sempliciotto, alla mano - altro che iPhone - con il quale il cocuzzaro va nel suo campo e raccoglie un tot numero di ortaggi (per il prosieguo del racconto vedi Google). Torniamo al vero exploit, inaspettato, della cazzimma. Zanichelli sostanzialmente parla di «furbizia verace». Che ci sta tutto, ovviamente, ma che non racchiude la “carretta” - restando in tema di cocuzzaro - delle accezioni. Ed è meglio - sicuramente la descrizione è più nobile - che venga in soccorso l’Accademia della Crusca, partendo da una etimologia abbastanza chiara, collegata al nome dell’organo sessuale maschile con aggiunta del suffisso napoletano -imma (esempio suzzimma, per non dire altro). Il vocabolo - spiega l’Accademia - in origine indicava forse una “secrezione fisiologica”, lo sperma. A partire da metà secolo scorso è passato ad indicare, per traslato, un atteggiamento prevaricante, sempre mirato a danneggiare gli altri. Ma cazzimmoso si nasce o si diventa? Esasperando, è “uno” troppo scaltro, opportunista e cattivo, è colui che cerca ovunque e comunque il proprio tornaconto, con o senza un codazzo di cortigiani. La cazzimma, insomma, è una dote, un’arma maledetta, un dono? Napoli conosce bene quest’arte - sì è anche un’arte - e, a ben pensarci - logora chi non la tiene. Tutto ciò, ora, sta anche scritto: si legge e non si pronuncia più solo. Per concludere, illumina una sottolineatura dello stesso Pino Daniele in “Storie e poesie di un mascalzone latino”: «In una società come la nostra, dove certe volte il diritto diventa un optional e anche se non sai fare niente, puoi andare avanti con la cazzimma». Però, diciamola tutta, con franchezza: un napoletano senza cazzimma ha i connotati e i tratti del pirla...