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Craxi vent’anni dopo: una storia da “rivedere”

Opinionista: 

Per ora, nel ventennale della morte, va bene l’atteso film di Gianni Amelio con Pierfrancesco Favino. Bettino Craxi è sepolto nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet e riceve “umana considerazione” da quanti vanno a porgergli un saluto. Ma si avverte sempre più una non eludibile esigenza: che uno storico del rigore di Renzo De Felice faccia chiarezza, con ricostruzioni sgombre da pregiudizi e animosità, su un personaggio e un contesto politico che hanno caratterizzato gran parte del secondo Novecento italiano. Una rilettura che potrebbe scaturire, come impegno morale, dalla commemorazione ufficiale che verrà fatta, nei prossimi giorni, del tanto discusso “latitante” finito, poco prima di compiere 66 anni, in un “autoesilio” fuori dal proprio Paese.

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Le ultime ore. È il pomeriggio del 19 gennaio 2000. La figlia Stefania, che non gli ha mai fatto mancare affetto e dedizione, vede il padre “magrissimo come non è mai stato: le gambe che sembrano trespoli, il collo e le spalle cadenti, ma sta in piedi e sorride”. Tutto si compie in pochi minuti. Craxi chiede di stendersi sul letto e un bicchiere d’acqua. Stefania va in cucina e ritorna nella camera. Ora racconta: “Sembrava che dormisse, girato su un fianco, la faccia rivolta verso il muro. Mi avvicino facendo piano, non voglio svegliarlo. Forse avverte la mia presenza. Si gira e apre gli occhi. Fa per sollevarsi, ma cade riverso. Lo chiamo. Non risponde più”.

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Le ultime parole. Non accolta, dalla Magistratura, la richiesta del Governo D’Alema di un corridoio umanitario per consentire a Craxi di curarsi in Italia (avrebbe accettato solo il rientro da uomo libero, non ammanettato nemmeno simbolicamente), al condannato che non riesce più nemmeno a parlare, non resta che usare un foglio di carta. Stefania lo trova sotto al letto. Scrive Craxi: “In questo processo, in questa trama di odio e menzogne, devo sacrificare la mia vita per le mie idee. La sacrifico volentieri. Dopo quello che avete fatto alle mie idee, la mia vita non ha più valore. Sono certo che la storia condannerà i miei assassini. Solo una cosa mi ripugnerebbe: essere riabilitato da coloro che mi uccideranno”. Il Governo italiano (un rimorso di coscienza?) propone funerali di Stato. I figli, soprattutto Stefania, rifiutano. L’Italia sarà comunque presente ad Hammamet, 20 anni fa, con una delegazione ufficiale: ministro degli Esteri Lamberto Dini e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Marco Minniti. Non sembra, a vederla oggi, una “comica di Stato”?.

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Ascesa fulminea. Con la sua precoce vocazione per la politica, Craxi cresce accanto a Pietro Nenni e ne assimila l’idea della piena autonomia dal partito comunista. Deve però molto presto fare i conti con la figura del napoletano Francesco De Martino che persegue la strada degli equilibri più avanzati: partito unico della sinistra attraendovi il Pci di Berlinguer che è al massimo della forza elettorale, mentre i socialisti sono al loro minimo storico. Lo scontro nel Psi al Midas Hotel nel 1976. Spodestato De Martino, Craxi è il nuovo leader e lo sarà fino al 1993 (esplosione di tangentopoli). I rapporti con De Martino sono tuttavia sempre segnati da stima e rispetto. Quando Guido De Martino viene rapito nell’aprile del 1977, Craxi è fra i primi a raggiungere la casa del padre in via Aniello Falcone. E poiché si parla di sequestro politico, propone subito di aprire una trattativa con i rapinatori.

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Dissidio politico. Nel 1983 la significativa affermazione elettorale (al Quirinale Sandro Pertini) porta Craxi a Palazzo Chigi: la prima volta di un socialista nell’Italia repubblicana. In quell’anno Francesco De Martino viene eletto al Senato nel collegio che vede insieme socialisti e comunisti. Non ci sarà più questa alleanza nel 1987. Craxi “offre” a De Martino il collegio più sicuro della Campania, ma a patto che sia il candidato del solo Psi. Ne consegue, per coerenza, la indisponibilità dell’ex segretario nazionale che nel libro “Una teoria per il socialismo” (autore chi scrive queste note) spiega le ragioni dell’unità politica a sinistra. Curioso episodio: Craxi viene a Napoli (albergo Excelsior) per una conferenza stampa. Sul tavolo da cui parlerà, Giulio Di Donato -allora vice segretario del partito- gli fa trovare una copia del libro da poco uscito. Craxi guarda, vede la foto di De Martino che occupa tutta la copertina e con la mano scansa il libro visibilmente contrariato. Ironia del destino: quando nel 1991 il presidente Cossiga nominerà De Martino senatore a vita, il Tg1 delle venti inquadrerà per un po’ di tempo proprio il libro che aveva tanto turbato Craxi.

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Contrasto con De Mita. Craxi punta a isolare il Pci (con Berlinguer vince il duello nel referendum sulla scala mobile). Con la Dc instaura un rapporto di collaborazione-competizione. Ma quando si tratta di rispettare il “patto della staffetta” (anni di Governo divisi a metà tra lui e De Mita), di lasciare Palazzo Chigi non vuole nemmeno sentir parlare. Il segretario della Dc dovrà accontentarsi di pochi mesi residui. De Mita, ora sindaco di Nusco dal 2014, vede il film di Amelio e Favino nel Cinema Nuovo di Lioni. Ricorda i “modi burberi”, ma anche “tutta la sincerità” dell’alleato-competitor non facile da gestire. Esprime il rammarico perché “Insieme io e Bettino avremmo potuto fare grande l’Italia”, e perché i magistrati di Milano non hanno ritenuto di doverlo salvare.