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Da Medea fino a Martina, ritorno nel mondo del mito

Opinionista: 

Cari amici lettori, la cronaca nera di questa settimana tende a riportarci nel mondo del mito, fra gli dei e gli eroi dell’antica Grecia. Medea (nome che vuol dire “astuta”) era figlia di Eeta, re della Colchide e, secondo una versione (l’altra le assegna come madre una ninfa marina) di Ecate, la Diana infernale. Eeta, a sua volta, era figlio del Sole e quindi Medea era legata al cielo, attraverso il nonno, e agli inferi, ove regnava la madre. Era, in ogni modo, una famosissima maga, come la zia Circe. Medea è, dal tempo dei tempi, protagonista d’innumerevoli opere tragiche, ma chi la rivelò al grosso pubblico fu Euripide, la cui tragedia a lei intitolata fu messa in scena nel 431 a.C. Dopo la rivisitazione di Seneca, Medea è approdata in numerose opere liriche e financo in un film di Pasolini. Medea non è certo un’eroina positiva, ma piuttosto un mostro, nonostante i tentativi di rivalutazione operati da alcune femministe. Usando i suoi poteri magici, aiutò Giasone a impadronirsi del “Vello d’oro” e fuggì con lui: uccise il proprio fratello per fermare il padre che la inseguiva. Dopo qualche altro misfatto, Medea visse felicemente con Giasone per qualche anno, generando due figli. Giasone, però, decise di lasciarla per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. Medea mandò alla sposa doni magici, che fecero morire fra le fiamme Creusa e il padre; poi, per privare Giasone della sua discendenza, uccise i propri figli e se ne andò su un carro di fuoco (offerta del nonno) verso altre avventure. Non si hanno notizie di Medea nella letteratura medievale; la figura riesplode, però, con il romanticismo e resta popolare fino ad oggi. Ai giorni nostri, poi, il suo esempio è diventato virale, al punto che la psicanalisi, a partire dagli anni ottanta del ventesimo secolo, ha studiato questa sindrome, definita come “La Sindrome di Medea”, che inizialmente veniva menzionata solamente in relazione al dramma dell’uccisione dei figli. Jacobs (1988) invece metaforizza l’uccisione, definendo come “Complesso di Medea” il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali: così l’uccisione diventa simbolica e ciò che si mira a sopprimere non è più il figlio stesso ma il legame che ha con il padre. Ovviamente quest’atteggiamento, molto diffuso ai giorni nostri, nei casi più gravi, arriva all’orribile conclusione dell’uccisione dei figli: fenomeno per secoli sconosciuto e purtroppo ormai capace di incendiare le cronache, come nel recentissimo caso, quella della piccola Elena Del Pozzo, uccisa nel catanese dalla madre Martina Patti. Se credete che si tratti di un caso mostruoso sì, ma isolato, dovete purtroppo ricredervi: negli ultimi vent’anni, in Italia sono più di 480 i bambini e le bambine che hanno trovato la morte per mano dei genitori e sei figlicidi su dieci sono stati commessi dalla madre. Sono gli anni di Satana che precedono l’Apocalisse? Forse, ma ci conviene domandarci come nasce questo terrificante andazzo. All’origine di tutto c’è la distruzione della famiglia. Il matrimonio, per secoli, fu una forma di alleanza che serviva a creare un regno, un feudo o più semplicemente per coltivare un campo, un qualcosa che si potesse lasciare ai figli. L’attrazione sessuale era un fatto secondario e non essenziale, come non lo era la fedeltà coniugale. La letteratura medievale ci mostra che non solo i mariti, ma anche le mogli, godevano di particolare libertà. La fedeltà coniugale era unità d’intenti e affetti, non un fenomeno esclusivamente ormonale. Le ”corna” non erano drammatizzate e non bastavano a distruggere una famiglia. Tutto questo cambiò con il romanticismo, per il quale l’amore era attrazione sessuale, e, ai tempi nostri, con le nuove ideologie “contro natura”, in cui il sesso è tutto. Ancor all’inizio del ‘900 la poesia ci offre esaltazioni dell’amore materno in cui la mamma sacrifica eroicamente tutto, anche la vita, per le creature nate dal suo grembo. Oggi, poiché si nega Dio e l’unico idolo rimasto è il denaro, e quindi il possesso, non c’è rapporto che si salvi: i figli uccidono i genitori, i genitori uccidono i figli, fratelli e sorelle si uccidono fra loro. Quella che ancora ci sconvolge è l’uccisione dei bambini da parte della mamma. Circa trecento negli ultimi venti anni in Italia! Se siete cristiani, immaginate il dolore che tutto ciò cagiona alla Madre per eccellenza, quella “Mater Dolorosa” che accompagnò il figlio al Golgota. Se non lo siete, pensate ai vostri figli, a coloro che avete messo o intendete mettere al mondo. Dio non voglia che queste cose diventino “normali”, alla maniera di tante altre che il mainstream ci sta imponendo come tali.