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Disastro economico? Non ci voleva la zingara

Opinionista: 

Quasi un milione di posti di lavoro già persi, molti qui al Sud. E molti altri a rischio. Da alcuni giorni, complici pure i titoloni sui giornali, anche il Governo ha scoperto che questa crisi colpisce veramente duro e che nascondere la realtà con promesse e rinvii non serve. Del resto, non ci voleva la zingara per capire che i conti non sarebbero tornati e che la pandemia, oltre alla salute dei cittadini, avrebbe sconvolto l'economia del Paese, con effetti più devastanti nel Nostro Posto: in fondo si sa che sono sempre i più deboli a pagare il prezzo più alto. Ma ciò che contesto maggiormente è l’atteggiamento rassegnato col quale chi sta governando guarda a quanto sta accadendo. La recessione dietro l’angolo, il crollo del Pil, il blocco dei consumi non sono accaduti per caso, ma sono il frutto anche di scelte politiche profondamente sbagliate. È dallo scorso mese di marzo che, anche dalle pagine di questo giornale, lancio l’allarmo su cosa è in grado di produrre sulla nostra economia un approccio così superficiale. Abbiamo milioni di persone ad un gradino dalla povertà assoluta che rischiano di non riuscire ad affrontare le spese essenziali: cibo, medicine, bollette, affitto o mutuo. Eppure il governo, nazionale e locale, si è confermato solo campione mondiale di annunci. Insomma, la risposta a questo drammatico scenario continua ad essere miope, con la maggioranza che si dedica a litigi inutili invece di impegnarsi in quello che serve davvero e subito: mettere in campo gli strumenti necessari a scongiurare l’implosione definitiva del nostro sistema economico. È inimmaginabile pensare che bastino bonus, cassa integrazione e assistenzialismi dal sapore immobilistico. Eppure lo Stato non ha nemmeno rinunciato a riscuotere le tasse, ma ha soltanto rinviato le scadenze, non tutte peraltro. Invece, la misura strategica che abbiamo il dovere di adottare è quella di trasformare ciò che resta di quest’anno e quello che verrà in un “anno bianco“, come ha chiesto Matteo Salvini. La ripresa si può ottenere soltanto abbattendo le tasse, trasformando il “dopo virus” in una rinascita per il nostro Paese. È particolarmente importante che si abbatta, magari arrivando sino allo zero, la pressione fiscale su tutte le attività, a partire da quelle che hanno pagato la chiusura, oltre a quelle connesse al turismo: ristorazione e intrattenimento, alimentazione. Per il resto una flat tax, una tassazione piatta, che spinga chi ha ancora da parte qualche soldo ad investire. Fu la strategia adottata dalla Grecia dopo il default ed ebbe ottimi risultati, per esempio portando milioni di turisti nel suo paese. Bisogna investire per realizzare infrastrutture, facendo lavorare, in opere strategiche, decine di migliaia di lavoratori dell’edilizia. Ed è quello che stanno facendo in tutto il mondo. Quanto alla Campania, paradossalmente, può fare molto anche da sola, a condizione di cambiare passo nella gestione dei fondi europei. La nuova programmazione, che assegna 12 miliardi di euro al Nostro Posto, è una leva di sviluppo straordinaria. Noi immaginiamo un piano di rilancio dell’edilizia che, attraverso la rigenerazione urbana del nostro patrimonio immobiliare, faccia da motore per rimettere in moto l’economia. E poi è necessario ripristinare la presenza delle Istituzioni nella vita dei cittadini. E il modo più credibile è quello di rivoluzionare il sistema di gestione delle politiche sociali per indirizzare il fiume di denaro che si spreca nei carrozzoni clientelari verso ciò che interessa davvero ai cittadini: servizi dignitosi e disponibili quando servono. A questo serve la Carta Sociale che noi abbiamo proposto. E poi un programmazione dell’offerta turistica che manca in Campania da ormai 5 anni. Infine, non sono più rinviabili misure per la tutela dell’ambiente e la gestione del ciclo dei rifiuti. È tempo di un secondo termovalorizzatore in Campania di ultima generazione come quello in funzione al centro di Copenaghen. Del resto, soltanto un avanzo dell’era sovietica come De Luca poteva pensare di affrontare il problema dei rifiuti rispolverando gli impianti di compostaggio. Un’ultima cosa per l’impresa e il lavoro. Le risorse vanno indirizzate al sostegno della piccola impresa e dell’artigianato, ormai orfani di attenzione e sempre più in difficoltà. Sono loro il nostro autentico patrimonio produttivo, non le multinazionali mordi e fuggi, specie se, nel momento di crisi, non sono disponibili a trattenere nel nostro territorio i loro insediamenti. Questa è la strada per iniziare a uscire dalla crisi. Ovviamente per gestire questo processo ci vuole un presidente, non un cabarettista.