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È diventato Di Maio il “nemico” di Conte

Opinionista: 

“Cuontinuiamo a farci del male”, la battuta pronunciata da Nanni Moretti nel film “Bianca” può essere considerata una sorta di motto della coalizione di governo. Non v'è dubbio, in realtà, che più della contestazione dell’opposizione di leghisti e Fratelli d’Italia, a creare ostacoli al governo e alla sua maggioranza, siano le fibrillazioni che quotidianamente si manifestano al loro interno. Ultimo in ordine di tempo a muoversi creando problemi all’esecutivo del quale pure fa parte nel ruolo importante (e forse per lui spropositato) di ministro degli Esteri, è Luigi Di Maio, l’ex leader dei Cinquestelle, costretto a lasciarne la guida dopo una serie di clamorosi rovesci elettorali. Non è un mistero per nessuno che Di Maio non ami Giuseppe Conte e che abbia tentato, a suo tempo, di ostacolare la costituzione del governo con il Pd. Alla fine fu costretto a piegarsi al diktat di Beppe Grillo anche se si sentiva ancora legato a Salvini con il quale avrebbe voluto ristabilire un rapporto di collaborazione. Subì, dunque, come una sconfitta il suo "esilio" al ministero degli Esteri. Ora, facendo leva sulle difficoltà del presidente del Consiglio, punta a ottenere la sua rivincita e a riconquistare la guida dei Cinquestelle che, tra l’altro, stando ai sondaggi, sta dando qualche segnale di risveglio. Di Maio continua a disporre, all’interno del Movimento, di un gruppo di "fedeli" piuttosto consistente e soprattutto ha una sua proposta politica che, all’osso, consiste in una sempre più rilevante presa di distanza dal Pd con un contemporaneo spostamento a destra proprio mentre Conte sembra propendere per una linea di centrosinistra, come dimostra - ultimo "casus belli" - l’adesione del presidente del Consiglio alle richieste in sostegno dei lavoratori migranti della ministra Bellanova. E non a caso, contestando questa adesione, Di Maio si è allineato alle posizioni di Salvini e della destra in genere. Ancor più recente è la disputa, all’interno dei Cinquestelle, sull’opportunità o meno di riproporre per la carica di sindaca di Roma, la candidatura di Virginia Raggi. Su questa opportunità i grillini appaiono spaccati letteralmente in due tra quanti ritengono che essa debba essere riproposta e quanti, per contro, ritengono che debba essere accantonata sia per gli scadenti risultati ottenuti dalla Raggi nella sua gestione, sia per ribadire la volontà di allineamento con la Lega che vuole ad ogni costo evitare la candidatura della Raggi, considerata perdente. Per superare la situazione d’impasse tra i pentastellati sarebbe probabilmente necessario un intervento di Grillo che, consapevole di aver in parte perso il suo carisma, sembra aver adottato la linea delle tre scimmiette del santuario di Tashogu: "non vedo, non sento, non parlo". Gli spostamenti degli equilibri interni dei Cinquestelle,tuttavia, non susciterebbero grande interesse. Suscitano interesse, invece, le ripercussioni che le azioni di Di Maio possono, provocare sull’esistenza in vita dell’esecutivo. Abbiamo sino ad ora ritenuto che il senso di responsabilità imponesse alle forze politiche di non aprire una crisi in una fase di emergenza della vita nazionale qual è l’attuale. Ma il senso di responsabilità non ci sembra una prerogativa primaria dei nostri partiti. Non si può dunque escludere nulla anche se, al momento sembra probabile, nonostante l’opera di salvataggio operata da Matteo Renzi nel “caso Bonafede”, che il Governo dovrà continuare ad operare nelle attuali condizioni di precarietà che porta ad equipararlo ad una sorta di torre di Pisa "che pende, che pende è mai non vien giù"