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Essere un uomo normale l’arma segreta di Conte

Opinionista: 

Un autorevole commentatore, attestato su posizioni del tutto opposte alle sue, è giunto al punto di paragonarlo a Aldo Moro.Il paragone, detto in tutta franchezza, ha un che di blasfemo. Ma gli "autorevoli commentatori" hanno - si sa - il gusto del paradosso al quale fanno molto spesso ricorso per stupire i loro interlocutori. Il personaggio oggetto di un così benevolo raffronto è Giuseppe Conte nel quale, poco più di un anno fa, Luigi Di Maio e Matteo Salvini individuarono - costringendo in qualche misura Sergio Mattarella ad affidargli la guida del governo - colui che avrebbe potuto essere una sorta di loro portavoce. Detto fuori dai denti e senza infingimenti, Conte avrebbe dovuto recitare la parte del burattino e i leader dei cinquestelle e quello della Lega la parte dei burattinai. Che cosa sia accaduto dal primo giugno dello scorso anno (data in cui il nostro si insediò a Palazzo Chigi) ad oggi, non è dato sapere. Sappiamo, però, senza arrivare a parallelismi sconvenienti, che il Conte odierno non è più quello di allora. È un uomo diverso che l'esercizio del potere, la presa di coscienza dei problemi che la sua carica comporta, la conoscenza dei suoi due dante causa (Salvini e Di Maio) e della loro scarsa consistenza culturale e politica hanno reso consapevole della necessità di affrancarsi dalla tutela di coloro che erano convinti di poter fare di lui lo sgabello delle loro ambizioni. La recente presa di distanza nei confronti di entrambi i suoi "vice", il sempre più stretto rapporto da lui instaurato con il capo dello Stato e l'atteggiamento verso l'Unione europea, ci rimandano l'immagine di un Conte diverso da quello degli inizi. A volte calarsi in una realtà nuova, diversa da quella consueta, trasforma le persone. Ci viene da pensare a "Il generale Della Rovere", il film diretto da Roberto Rossellini e interpretato da Vittorio De Sica, tratto da un romanzo di Indro Montanelli, in cui si narra la storia di Giovanni Bertoni, modesto personaggio che i tedeschi, spacciandolo per il generale Della Rovere, mandano nel carcere di San Vittore a far la spia e che, alla fine, immedesimandosi in colui che finge di essere, da spia si trasforma in patriota, rifiuta di collaborare con i tedeschi e muore da eroe. Per rispetto del lettore vorremmo, tuttavia, che fosse ben chiaro che non riteniamo Giuseppe Conte "l'uomo della provvidenza", in possesso della bacchetta magica con la quale risanare i mali dell'Italia. Ma ci sembra di potergli riconoscere un pregio che, in un paese come il nostro, non è di poco conto: quello di essere “un uomo normale”, laddove i più (e in particolare i suoi due partner) rifuggono dalla normalità. Scrisse Enzo Biagi che "viviamo in un paese da sempre abituato agli eccessi" e che "alle nostre spalle abbiamo una storia millenaria, fatta di personaggi geniali e sregolati, crudeli e compassionevoli, candidi e loschi". Purtroppo la classe politica che si è insediata al potere non è né geniale, né compassionevole, né candida. La normalità non ci appartiene cosicché Conte potrebbe aspirare ad essere - realizzando in tal modo una sua piccola rivoluzione - il rappresentante (non usiamo la parola leader che non gli si confà), di un'Italia normale, senza gli eccessi, le fanfaronate, le millanterie che oggi fanno da contrappunto alla nostra vita politica. Dopo tutto, i sondaggi, pur dando alla Lega di Salvini una vasta percentuale di consensi, rivelano sorprendentemente che la popolarità del presidente del Consiglio è superiore a quella del ministro dell'Interno. Che sia un segnale?