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Facciamo attenzione alla polveriera Libia

Opinionista: 

È del tutto comprensibile che il barbaro assassinio dei due nostri connazionali in Libia abbia suscitato non solo nell’opinione pubblica, ma anche negli ambienti politici e governativi forti reazioni di condanna e, in qualche caso, l’appello alle armi e alla guerra in Libia. Col passar delle ore sta fortunatamente passando la linea della prudenza e della responsabilità, a fronte invece delle scomposte richieste di accelerazione di un intervento che avrebbe come risultato non certo la fine delle ondate migratorie, ma proprio l’opposto, come tragicamente è avvenuto dopo la guerra in Afghanistan, quella in Iraq, in Libano, nei Balcani, nel Mali e nella stessa Libia di Gheddafi. Tra le personalità pubbliche che si sono attestate sulla linea della prudenza, vanno segnalate la presidente della Camera Boldrini che indica nella richiesta di intervento da parte di un forte Governo di unità nazionale, la condizione imprescindibile per un intervento delle truppe italiane, e il procuratore antiterrorismo e antimafia Franco Roberti che appare convinto del fatto che in caso di una guerra il rischio attentati per l’Italia crescerebbe e non diminuirebbe. Alla fine anche Renzi invita alla prudenza, sia per non ripetere l’errore commesso cinque anni fa, sia perché una occupazione militare senza la garanzia di un Governo stabile nel paese, esporrebbe l’Italia non solo ad una guerra di logoramento, ma al rischio che l’Italia divenga l’obiettivo principale dell’estremismo islamico. In questa situazione, fa bene il Governo a sottrarsi alle sollecitazioni degli alleati – in modo particolare degli Stati Uniti e della richiesta all’Italia, di cui hanno parlato a lungo i media, dell’invio di un contingente di 5.000 uomini – e a mantenere ferma la decisione di non aprire un fronte di guerra, quella guerra – come ha causticamente commentato Romano Prodi – che in Libia avviarono francesi e inglesi e che si rivelò un vero disastro. Sembra che su questa linea, fortunatamente, si sia formata una maggioranza trasversale nel paese e nel Parlamento (Renzi fa bene a ricordare come debba essere il Parlamento a decidere su eventuali azioni di guerra), fatta eccezione per quel guerrafondaio ruspante che risponde al nome di Salvini, che non vede l’ora di indossare l’elmetto della guerra ad oltranza. Resta comunque un quesito da sciogliere, sul quale il Governo farebbe bene a gettar luce nei prossimi giorni. Mi riferisco al possibile intervento di corpi speciali sotto il comando dei servizi di sicurezza e dunque sottratto al consenso o meno delle Camere, anche se formalmente legale. E non c’è chi non veda come i servizi funzionino male, come in queste ore è dimostrato dai buchi neri che hanno caratterizzato la vicenda dei due tecnici uccisi e degli altri due liberati in circostanze ancora poco chiare. La verità è che ancora una volta paghiamo le conseguenze degli errori a valanga commessi dalle potenze occidentali: dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Siria alla Libia, l’Italia è andata al rimorchio delle scelte di Bush e Blair, di Hollande e Cameron. L’auspicio è che ciò non avvenga di nuovo, perché le conseguenze di un indomabile incendio a pochi chilometri dalle nostre coste, più vasto e incontrollabile di quanto già oggi non sia, sarebbero incalcolabili.