Accessibilità:
-A A +A
Print Friendly, PDF & Email

Finanziamenti ai partiti: il grave circolo vizioso

Opinionista: 

Quanto viene contestato ai tre commercialisti fiduciari della Lega di era salviniana, Michele Scillieri, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, non è esattamente qualcosa di leggiero. Attraverso un’operazione immobiliare abbastanza articolata, costoro avrebbero realizzato una notevole plusvalenza che sarebbe poi servita a ripagare gli autori dell’operazione ed a finanziare le attività politiche del partito. In particolare, sarebbe stato rivenduto un immobile al doppio del suo valore alla Lombardia Film Commission, società di proprietà della Regione Lombardia, per 800.000 €; il tutto attraverso una pubblica gara, all’uopo ben orchestrata. A qualche riunione con gli ideatori ed attuatori del malestro avrebbe partecipato, sostengono i magistrati inquirenti, lo stesso Matteo Salvini. Fosse tutto vero, fosse cioè vero che l’immobile non aveva quel valore, che la gara sia stata truccata, che il disegno sarebbe sia stato ideato per trasferir danari – detratto l’utile dei protagonisti – dalla Regione Lombardia alle casse della Lega nella piena coscienza dei suoi dirigenti, non sarebbe propriamente un’edificante vicenda per un leader che da anni compete per il governo del Paese, dicendo di volerlo mutare dalle fondamenta. Perché sarebbe una brutta storia d’appropriazione di risorse pubbliche, mediante una ben orchestrata operazione che denoterebbe frequentazioni di qualificati e callidi criminali. I quali sarebbero anche organici alla Lega, essendone stati revisori contabili ed essendone stabili consulenti. Il prosieguo delle indagini dirà. E però, la miseria di questi disegni, sempre che dimostrati, non può nemmeno distrarre da un dato storicamente assai più pregante: che in Italia, non così in altri Paesi occidentali, è sufficiente aver successo politico perché si rimanga impigliati in devastanti indagini. Indagini che smontano rapidamente la credibilità del leader e dei suoi seguaci, trasferendoli rapidamente dalle cronache politiche a quelle giudiziarie. Dal 1994 in poi, ciò è puntualmente accaduto con tutti coloro i quali hanno raggiunto posizioni di successo, scalzando un certo potentato politico tradizionale. È accaduto – emblematicamente – a Silvio Berlusconi, addirittura condannato con sentenza della Corte di cassazione per reati tributari, da un collegio estivo, un cui componente ha reso dichiarazioni che avrebbero imposto non solo l’apertura di un’inchiesta, ma l’istituzione di una commissione parlamentare d’indagine, essendo stato eliminato dal mondo politico in quel modo chi, all’epoca, guidava l’opposizione in Italia; ma è accaduto poi a Matteo Renzi, dopo che aveva scalzato la vecchia dirigenza del Partito Democratico e si stava affermando, nel bene o nel male, come nuovo leader nel Paese; ed ora sta accadendo a Matteo Salvini, prima personalmente imputato di sequestro di persona, poi identificato sullo sfondo come responsabile politico della prospettata truffa ai danni della Regione Lombardia. Tre uomini politici di successo, la cui vicenda personale e pubblica viene puntualmente minata da immancabili indagini giudiziarie, che ne usurano l’immagine e, suppongo, ne danneggiano anche la solidità psicologica. È questo un dato certamente anomalo e ben noto ormai da circa un quarto di secolo. È un po’ come se il successo politico fosse incompatibile con l’azione giudiziaria. Soprattutto, se il successo politico non si associa a certi tradizionali ambienti, che invece vengono al massimo vagamente lambiti delle zelanti inchieste dei giudici. Ed è un ricorrere della nostra storia politica relativamente recente, che sta danneggiando gravemente il Paese, privandolo di una leadership efficace e credibile, dotata di relazioni internazionali autorevoli e di una competenza accuratamente maturata attraverso l’esperienza che solo la guida di una comunità può far acquisire. È un continuo inseguirsi di successi elettorali e tracolli giudiziari, che brucia qualsiasi seria possibilità di dotare la Penisola d’una classe politica riconoscibile per tale, destinandola ad un susseguirsi d’instabili formazioni, in continuo sommovimento, al loro interno in perenne conflitto, come sempre accade quando manca autorità. È facile obiettare che se certe cose non si facessero, la Magistratura non potrebbe investigare e scoperchiare. Ma è anche facile osservare che queste indagini avvengono puntualmente allorché qualche soggetto politico si afferma e si distingue dagli altri, acquisendo posizioni di visibilità e potere. Ed allora vien fatto di chiedersi – tenuto anche conto di quel che s’è appreso sulle dinamiche interne alla Magistratura – se queste indagini non siano frutto di un’attenzione che si addensa per ragioni slegate dal genuino perseguimento del crimine e si motivino per reazione al suddetto successo politico. Insomma, perché mai s’indaghi così intensamente in certe direzioni e non anche verso altre. Perché è un po’ difficile credere, ad esempio, che di denari abbia bisogno la Lega di Salvini, e nessun’altra formazione politica; che a ideare certe operazioni, ad evadere il fisco, a farsi prestar soldi per acquisti siano solo taluni e non altri. Vicende come quelle della nomina del Procuratore della Repubblica di Reggio Emilia in persona che sarebbe stata ben vista dalla locale dirigenza Pd – in quel luogo il maggiorente è tal Graziano Del Rio – lasciano seriamente dubitare. Ma per spezzare questo deleterio circuito sarebbero necessari politici autorevoli, capaci di denunziare inganni e patologie, essendo creduti; ed invece nessun politico in queste condizioni riesce a crescere. Ed il circolo diventa vizioso, gravemente vizioso.