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Forse per la politica c’è l’ultima chiamata

Opinionista: 

Giuseppe Conte l’ha definito “la madre di tutte le riforme”. Ci riferiamo al decreto sulle semplificazioni che il Parlamento dovrebbe convertire in legge prima della pausa estiva. L’affermazione del presidente del Consiglio è assolutamente fondata perché senza uno snellimento delle procedure burocratiche che non hanno l’eguale in Europa e forse nel mondo, ogni iniziativa del governo o del Parlamento finirà con il rivelarsi vana. Dovremmo rallegrarci per questo decreto (una volta ogni tanto bisogna pure compiacersi per una notizia proveniente dal Palazzo) se su di esso non gravassero due pesanti ostacoli che rischiano di relegare il provvedimento del governo nell’ambito dei buoni propositi rimasti irrealizzati. Non a caso lo stesso premier, nell’illustrarlo, ha affermato che esso sarà operativo “salvo intese” una formula ambigua che apre le porte a nuove estenuanti trattative o, nella migliore delle ipotesi, a compromessi destinati a sancirne l’inefficacia. Occorre fare presto (già troppo tempo ci sembra sia passato per la conversione in legge del decreto dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri) se non si vuol lasciar spazio all’offensiva dei burocrati che, come in più di una occasione abbiamo affermato su queste stesse colonne, costituiscono il più forte potere esistente oggi in Italia e che - ne siamo certi - faranno di tutto per insabbiarlo. Come potranno costoro rinunciare ad esercitare quella forza di pressione sulle istituzioni che ha consentito loro di fare sino ad oggi il bello e il brutto tempo? Ecco perché se davvero Conte è convinto che il provvedimento per le semplificazioni è, come ha detto, “la madre di tutte le riforme” dovrà predisporsi ad un duro braccio di ferro dall’esito tutt’altro che scontato. Per uscire vittorioso da questa sfida sarebbe più che mai necessario che il mondo politico, al di là delle rispettive appartenenze, rivelasse una dote della quale sino ad ora, anche nelle occasioni più gravi non è mai riuscito a dar prova, vale a dire uno spirito unitario che anteponesse gli interessi generali a quelli di parte. Un tale spirito è, infatti, indispensabile se non si vuole che anche questa volta una misura importante come quella volta a ridimensionare lo strapotere dilagante della burocrazia, finisca con entrare a far parte di quella “politica degli annunci” senza seguito così diffusa nel nostro paese. In questo contesto, non per indulgere al pessimismo, ma in nome di un irrinunciabile realismo, vorremmo veder esorcizzato il dubbio che possano saldarsi, in una comune opera di sabotaggio, le posizioni di una burocrazia ovviamente sostenitrice dello status quo con quelle di quanti, nel mondo della politica, anche dall’interno della stessa maggioranza, per interessi non sempre confessabili, si adoperano per boicottare l’azione del governo. Intendiamoci. Il provvedimento del quale discutiamo non risolve tutti i problemi legati alla bulimia burocratica che ci affligge. Non può essere considerato un punto d’arrivo, ma un punto di partenza; l’avvio di un percorso lungo e complesso. Ma Mao Tse Tung avvertiva, saggiamente, che anche la “lunga marcia” cominciò con un piccolo passo, né va dimenticato che, il più delle volte, il meglio è nemico del bene. Se, poi, nella lotta alla burocrazia, non si vuole compiere neppure il “piccolo passo” evocato da Mao, allora non resta che prendere atto del suicidio della politica.