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Francesco De Martino, un uomo che ci manca

Opinionista: 

Sabato passato, su iniziativa del comune d Napoli e alla presenza delle maggiori autorità cittadine, tra cui il sindaco De Magistris e il presidente Pasquino, si è svolta la cerimonia dell’intitolazione a Francesco De Martino dello slargo che si apre a pochi metri dalla sua abitazione. I messaggi delle massime cariche dello Stato e il testamento dell’uomo politico e dello storico sono stati letti, con accenti di forte commozione, dai suoi nipoti, mentre un profilo lucido e completo dello statista e dello studioso è stato delineato dal suo allievo Francesco Paolo Casavola, Presidente emerito della Corte Costituzionale. Ha fatto ala alle autorità e alla famiglia, oltre ai tanti allievi e colleghi docenti, un nutrito gruppo di compagni vecchi e giovani, venuti a rendere omaggio ad una delle più esemplari figure del socialismo italiano ed europeo. Se si volesse individuare il filo conduttore dell’idea demartiniana della politica, esso non potrebbe che essere la coerente convinzione della validità del progetto politico e culturale dell'unificazione socialista e dell'intera sinistra italiana. Ma non si trattava di una posizione astrattamente nostalgica, inchiodata a una visione immobile e passata della politica e del socialismo. De Martino era uno storico del diritto e delle istituzioni del mondo antico (egli divenne noto ed apprezzato a livello internazionale per la sua monumentale Storia della costituzione romana), capace nei suoi studi fondamentali di attivare il metodo della critica, dell’analisi e dell’interpretazione. Aveva ben capito perciò a quali radicali modificazioni era andato incontro il socialismo contemporaneo. Quel progetto non poteva avere più le medesime modalità e finalità che aveva avuto tra gli anni ’40 e ’60 del secolo scorso. La mutazione genetica che Craxi impresse al PSI negli anni ’80 - che De Martino aveva fieramente combattuto - e poi la scomparsa del PCI avevano certamente sconvolto e dissolto categorie e contenuti dell’idea stessa di socialismo. E, tuttavia, tutti coloro che in quella idea ancora credevano si rivolgevano al vecchio patriarca del socialismo italiano e ne ricevevano il forte convincimento che, malgrado la drammatica e dolorosa diaspora socialista, malgrado l’erronea mutazione liberal-democratica e non socialdemocratica dei post-comunisti, fosse ancora plausibile la presenza di una grande forza riformista e socialista quale indispensabile punto di avvio per la formazione di una più ampia aggregazione di forze democratiche e progressiste. Egli, anche nella politica, non veniva mai meno al suo stile e al suo metodo di storico antidogmatico e antifinalistico e sapeva che dalla storia la parola fine era programmaticamente espulsa. Il socialismo, egli ha spesso sostenuto, può essere, in un'epoca storica, più o meno vittorioso, più o meno presente, ma anche quando sembra eclissarsi non è destinato a scomparire. E non perché sia eterno, ma semplicemente perché continuano ad esser presenti nella realtà storica contemporanea – sempre più percorsa da drammatiche forme di oppressione sociale e di ingiustizia verso singoli individui e verso popoli e culture - le ragioni della sua esistenza, della sua genesi, della sua capacità di adattarsi al mutamento delle condizioni politiche, sociali ed economiche della realtà. De Martino partecipò in prima linea alla politica meridionalistica del PSI e, in generale, della sinistra italiana tra la fine degli anni '40 e gli inizi degli anni '50. Erano questi gli anni del grande fermento culturale, storiografico e politico, favorito dal formarsi di gruppi di studio e di azione politica proprio a Napoli con le due famose riviste "Nord e Sud" di ispirazione laica e liberal-democratica e "Cronache Meridionali" di ispirazione comunista e socialista. Con Amendola, Chiaromonte, Sereni e Napolitano, da un lato, Luigi Cacciatore, Rodolfo Morandi e Saraceno, dall'altro, De Martino condivise la politica unitaria del meridionalismo di sinistra. Il suo impegno e il suo ruolo nel PSI furono fin da subito rilevanti e determinanti. Fu chiamato a incarichi importanti nella guida del PSI: eletto vice-segretario del partito nel congresso di Napoli del 1959, ne divenne poi segretario nel 1963, e partecipò anche ai governi di centro-sinistra come vicepresidente. Tornò alla segreteria del partito nel 1973 e nel 1976 doveva definitivamente uscire di scena, scalzato da Craxi del quale fu fiero oppositore. Anche se da allora non fu più protagonista attivo della politica italiana, Francesco De Martino, tuttavia, mantenne coerentemente il suo punto di vista unitario e ha rappresentato, da senatore a vita, un costante punto di riferimento, anche dopo la diaspora dei socialisti italiani, per la ricostituzione di una unitaria forza socialista, democratica e riformista. Di questi uomini e di queste esemplari biografie ha bisogno ancora oggi la nostra società per tirarsi fuori dal vortice sempre più forte dell’antipolitica e del veleno qualunquistico che sta uccidendo ogni idea di solidarietà, di giustizia e di uguaglianza.