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Geolier fa paura al sistema: si risveglia l’antimeridionalismo

Opinionista: 

Chi ci ha seguito fin da prima degli albori del Festival sa che coltivavamo due certezze: la validità di un buon numero di brani scelti per la competizione (o almeno l’assenza di quel sapore diffuso di stantio, per anni classificata come canzonetta pop-sanremese) e la determinazione della Rai a non lasciarsi sfuggire dalle mani la conduzione di Amadeus, per la prossima edizione del 75ennale. Che richiederà uno sforzo aziendale davvero notevole, perché debordi oltre ogni aspettativa, sulla scia delle celebrazioni in via di consumo dedicate ai genetliaci di televisione e radio. Ecco: su questa seconda ipotesi nonostante la pochezza dell’offerta di valide alternative le nostre convinzioni cominciano a vacillare. E non soltanto per le performance degli ascolti che, pur attestandosi al 60 per cento di share, cominciano irrimediabilmente a cedere, svelando la stanchezza del pubblico quanto più per l’intera gestione del prodotto Sanremo. Fin dalla determinazione espressa ad accogliere i manifestanti agricoli sul “suo” palcoscenico (una decisione inerente i ruoli della direzione aziendale e non già al conduttore) Amadeus amministra il Festival con crescente irritabilità. Che lievita in maniera proporzionale all’imbarazzo dei vertici. Cura male perfino nel corso della diretta l’increscioso “incidente” della stramba partecipazione di Travolta (verso il quale, non bastasse la caduta di stile relativo al pessimo “utilizzo” dell’artista, la Rai sarà costretta a intentare causa per pubblicità occulta); si fa zittire dalla sorella di Giulia Cecchettin sull’aspro terreno del femminicidio (“Le frasi ascoltate a Sanremo sono roba da baci Perugina» tuona, con ragione, Elena); cade (e in più occasioni) nelle trappole tese da Striscia la Notizia (e “crea” un inutile caso politico, intonando “Bella ciao” allo scopo di infondere credito alle preferenze espresse); chiede (e non ottiene) oltre la misura alla sapidità di Fiorello, accettando risposte capaci solo di evidenziare i ripetuti segnali di stanchezza («Mi sento artisticamente sopravvalutato ammette lui giuro: non penso di essere così bravo»). Una serie di inciampi che adesso, a buona ragione, allarma. Riguardo per contro il valore dei suoni, i risultati continuano a infondere coraggio alle nostre previsioni. Sui tanti, già abilitati a scrivere un tratto della cronaca festivaliera, brillano alti Geolier e Angelina Mango. Il rapper newpolitano, cresciuto a pane, neo-melodia e Pino Daniele è diventato un vero e proprio caso. Non solo sonoro. Afferra l’interesse planetario, in virtù degli “sconfinamenti” dei social sui quali deborda, fino al punto di incutere paura al sistema. Infonde il terrore del cambiamento: quello che storicamente genera mostri. Nella fattispecie, risveglia un’antica bruttura mai sopita, la più odiosa: il suo nome è antimeridionalismo. Da quando il 74esimo Festival di Sanremo fa discettare i musicofili, l’intolleranza sta mettendo fuori i tentacoli. E sporca le pagine dei giornali. Ci casca dentro “L’Eco di Bergamo”, che azzarda: “Geolier era vestito come un diciottesimo camorrista”. Poi accampa scuse, dissimula la colpa, scarica il barile. Un accadimento tristo e triste. Se non si fosse al cospetto del più lurido dei sentimenti, il tentato sillogismo parrebbe meno che patetico. Figliastro della totale assenza di acculturamento. Stare a guardare, limitandosi al disprezzo di qualsiasi forma di odio non si può. Non ancora una volta. Soprattutto non quando a scuotere l’ignobiltà dell’animo votato all’aridità è un atto culturale, quale è fuor di dubbio il prodotto di un suono. Per contro, le reazioni all’attacco razzista da parte del mondo della comunicazione e della stessa organizzazione sanremese sono apparse fin qui miserabili, da protocollo, puerili quanto l’aggressione stessa. All’atto discriminatorio non si può diventare avvezzi. L’epilogo di un’edizione che appariva nata sotto una buona stella e rischia per inverso di involversi fino a desiderare per essa l’oblio imponga agli artisti una risposta corale, ferma, decisiva, capace di volare oltre l’imbarazzo dell’esile rassegnazione al male. Altrimenti avremo perso. Tutti.