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Giustizia, partita doppia tutta nel centrodestra

Opinionista: 

Cinque referendum e una partita doppia. I quesiti sulla giustizia promossi da Radicali e Lega hanno tutta l’aria di essere soprattutto l’ultima occasione per Matteo Salvini. È proprio attraverso la sfida referendaria, infatti, che il leader leghista punta a riconquistare la leadership perduta del cartello elettorale cui è ormai ridotto il centrodestra. Nonostante le divisioni, le distanze e anche il solco personale che si sta scavando tra i vari leader, quella sulla giustizia rappresenta l’estrema possibilità per dimostrare che qualcosa di programmatico ancora resta ad unire Lega, Fdi e Fi. Invece, proprio i referendum rischiano di diventare il terreno di uno scontro sotterraneo per misurare i rapporti di forza, segnatamente quelli tra lo stesso Salvini e Giorgia Meloni. Lo prova il primo distinguo che, non a caso, Fratelli d’Italia ha immediatamente segnato subito dopo il via libera della Corte Costituzionale ai quesiti (cinque sui sei proposti). Il partito ha fatto sapere che ne sosterrà soltanto due: quello sulla separazione delle funzioni dei magistrati - messo a rischio dalla riforma Cartabia - e quello sull’elezione del Csm, confermando così di non avere alcuna intenzione di tirare la volata a una sfida elettorale che potrebbe rafforzare il competitor leghista. Dal canto suo, è stato lo stesso Salvini a dire che dalla battaglia referendaria «può nascere un centrodestra nuovo». Tradotto: un centrodestra a guida Lega. È oltremodo chiaro, infatti, che se il quorum dovesse essere raggiunto e i quesiti passare con il 50% più uno dei voti, il Carroccio si riprenderebbe il centro della scena. La vittoria sarebbe talmente fragorosa da “coprire” il fallimento di tutte le ultime strategie salviniane, a cominciare da quelle sul Quirinale. Ma la battaglia per il raggiungimento del quorum si annuncia tutt’altro che semplice. Anche perché i tre quesiti bocciati dalla Consulta erano, di fatto, proprio quelli in grado di mobilitare maggiormente i due elettorati: quello progressista, attraverso i referendum su eutanasia e cannabis libera, e quello di centrodestra a favore della responsabilità civile dei magistrati. Messo così, invece, il voto è destinato a trasformarsi in una doppia partita soprattutto nel centrodestra, dove il ridimensionamento dello strapotere giudiziario non è più il fine, ma il mezzo attraverso il quale si combatte la lotta per l’egemonia nell’alleanza. La conseguenza immediata è duplice: da un lato il centrosinistra non ha alcun vantaggio politico dal partecipare alla consultazione; dall’altro neanche il cavallo di battaglia della lotta alla magistratura politicizzata, che pure sulla carta dovrebbe vedere il centrodestra unito come non mai, riesce a tenere assieme per davvero i partiti che lo compongono. Chi l’avrebbe mai detto. Sì, perché non c’è solo la Meloni, il cui vero obiettivo è non favorire il trionfo del leader leghista nelle urne referendarie. Al di là delle dichiarazioni di facciata, è tutto da verificare quanto lo stesso Silvio Berlusconi abbia voglia d’impegnarsi sul serio in una battaglia nella quale, di fatto, finirebbe per fare il portatore d’acqua di Salvini. Per non parlare della spaccatura sempre più evidente nel partito azzurro, con tutta la fazione governativa che continua a dire un giorno sì e l’altro pure di non voler morire sovranista. Un peccato questo scontro nel centrodestra proprio nel momento in cui, a trent’anni dall’operazione Mani Pulite, si avverte chiara come mai era stata prima la spinta dell’opinione pubblica per dare uno schiaffo alle toghe combattenti, al circo giudiziario di una magistratura che si sente onnipotente, agli eccessi, alle storture, al correntismo e alla gogna della malagiustizia. Davvero la Meloni e Berlusconi vorranno sottrarsi a questa occasione solo perché a piantare la bandiera “garantista” è Salvini? Lo capiremo presto.