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Gli errori che uccidono le nostre democrazie

Opinionista: 

Ormai sembra un ritornello di un disco rotto che ripete sempre la stessa frase scandita all’infinito: crisi della democrazia. Paradossalmente, proprio il crollo rovinoso del sistema degli Stati governati dai partiti. comunisti alla fine degli anni ’80, ha innescato la crisi innanzitutto dell’idea, ma anche e soprattutto della pratica della democrazia. Caduto il collante ideologico della lotta contro il totalitarismo, la democrazia occidentale non è stata in grado di reggere l’urto di nuovi effetti destabilizzanti palesi e occulti: il susseguirsi delle crisi economiche e finanziarie (l’ultima rovinosa quella del 2007), lo strapotere di un capitalismo incontrollato e rapace, il terrorismo, le migrazioni, l’insicurezza, le sacche crescenti di povertà, la mancanza di lavoro. Ormai non c’è più tempo di assistere all’ennesimo attentato nelle grandi metropoli europee e asiatiche, che si passa freneticamente agli episodi di bieco razzismo e di xenofobia isterica, ai morti di Dacca, ai drammatici fatti di Dallas e di Houston. Ma, accanto ai nemici esterni della democrazia, ci sono quelli che nascono dal suo stesso seno, dai sintomi della sua grave malattia: dalle due Americhe, quella dell’integrazione e quella della segregazione, una guerra civile che neanche Obama è riuscito a curare, dai rigurgiti xenofobi e fascisti di alcune nazioni del centro Europa, dalla prevalenza in Inghilterra delle forze conservatrici e antieuropee, dai sondaggi favorevoli ai populismi di destra come in Francia, Austria e Ungheria. E ancora: gli eccessi incontrollati di una idea ultraliberista di mercato hanno avuto come conseguenza il progressivo indebolimento dei corpi intermedi, a partire dalle istituzioni parlamentari e dai governi locali. E a fiaccare le istituzioni democratiche hanno concorso le continue cessioni di autonomia decisionale delle nazioni agli organismi europei e finanziari di controllo e guida dell’economia. Infine un’amara considerazione, per uno come me che ha dedicato la vita agli studi umanistici, alla cultura storica e filosofica, ai classici di ieri e di oggi. Leggo, sempre più angosciato, articoli e saggi dedicati ai cosiddetti “millenials”, a coloro che sono nati a cavallo del passaggio di millennio, dopo l’89 per capirci. Perché mai queste generazioni dovrebbero essere attratte dagli ideali della democrazia, se buona parte di esse si sente estranea ed emarginata dal sistema, relegata nelle periferie non solo drammaticamente concrete delle città, ma anche metaforiche dei centri decisionali, dei padroni della finanza e degli imperi globalizzati della comunicazione e della produzione? Siamo dinanzi a una generazione che vive schiacciata sul presente, che non conosce nulla del passato e dei suoi valori (e perché no, anche disvalori) e che non riesce a immaginare e a costruire il suo futuro. Ma basta guardare con nostalgia al passato di successi e di conquiste – politiche e sociali, antitotalitarie e solidali, culturali e civili – della democrazia? Si possono certo mantenere sullo sfondo quei valori intramontabili, ma con la consapevolezza della radicale trasfigurazione del modello di democrazia dei decenni e dei secoli passati. Il pilastro della democrazia è sempre stato la rappresentanza, ed è questa forma che sta lentamente morendo, sotto la spinta dei populismi, della pratica referendaria estesa ad ogni momento della vita pubblica e a ogni atto legislativo ed esecutivo. L’altro pilastro della democrazia era il Parlamento, che sta perdendo, giorno dopo giorno, pezzi di autonomia legislativa e decisionale a favore del Governo e del suo leader di turno. Infine la crisi verticale dei partiti e dei sindacati, ormai del tutto incapaci di porsi come corpi intermediari tra le esigenze e i bisogni della cittadinanza e i luoghi della decisione politica. Tutto passa attraverso una ipertrofia della comunicazione che sposta il dibattito politico dai vecchi e tradizionali luoghi ai talk show, a Facebook, a Twitter. Lo ripeto: non si tratta di rimpiangere il passato e pensare che tutto possa risolversi con un appello nostalgico a quello che fu e ora non è più. Nessuno può presumere di avere la ricetta bella e pronta e la malattia della democrazia non si cura coi palliativi. Ma è dall’analisi delle ragioni e dei motivi della sua crisi che bisogna partire, senza idealistici e ideologici ritorni alla storia che fu, non perché si debba cancellarla con l’ignoranza e la presunzione, bensì per farne tesoro perché non si continuino a commettere gli errori che stanno lentamente uccidendo la democrazia.