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I magistrati e la voglia matta di comandare

Opinionista: 

Il Petrarca, nel XIV secolo, parlando di politica, diceva che “né la ragione, né la fede, né l’esperienza frenano chi vuol comandare”. Infatti “sia gli storici che i filosofi dicono chiaramente che tale voglia è cosa non buona perché non rende buoni”; il Petrarca aggiunge ancora che “non può dirsi buono ciò che fugge nel momento che promette e chi, affascinando il suo possessore, lo uccide”. Per nostra fortuna i tempi sono cambiati, perché uno Stato moderno si regge sulla classica tripartizione dei suoi poteri definita da ogni costituzione. Così, se un cittadino viene leso nei suoi diritti può fare ricorso alla Magistratura che, per sua stessa natura, è organo indipendente nell’esercizio della sua attività rispetto agli altri organi statali. Ora, appare evidente, senza voler spaccare il capello, che, se detto organo entra in crisi, c’è il pericolo di ritornare indietro di secoli con la voglia matta del comando. Lasciamo pure parlare e dissertare tanti autorevoli persuasori televisivi ed esperti, confermati e/o improvvisati, di scienze giuridiche e sociologiche, ma resta il fatto che il cosiddetto “cittadino comune” o “la gente” comincia a non credere più nelle istituzioni portanti del proprio paese, se la Magistratura viene coinvolta in beghe di potere e nella voglia di comandare comunque. Premesso quanto sopra, non si può trascurare di fare qualche riflessione su quanto riportano la stampa e la tv sui comportamenti, a dir poco, disinvolti, delle correnti elettive dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, dirette a contagiarsi con l’agone politico dei partiti. Non si hanno competenze specifiche per parlare dei tanti problemi che investono l’esercizio corretto della giustizia italiana, ma dire qualcosa sulle similitudini comportamentali, presenti nella Amministrazione pubblica o parapubblica dello Stato, è meno difficile da parte di chi è vissuto di burocrazia. Infatti, siamo in presenza, nel momento attuale, di politici improvvisati e privi di esperienza di governo, di gestione amministrativa e di cultura istituzionale, che scaricano sulla burocrazia tutti i mali del Paese, anche se essa è loro figlia. Che la nostra Amministrazione pubblica e parapubblica faccia acqua da tutte le parti è una verità, come pure è un dato di fatto che molti rappresentanti del popolo sovrano pensano più a vivere di privilegi e di denaro pubblico, che a dedicarsi a governare uno stato moderno inserito nel contesto europeo e mondiale. Paradossalmente, salvo rare eccezioni, essi si comportano come quei generali che addossano le colpe delle sconfitte subite all’ignavia dei propri soldati. La verità è che, per il vizio di comandare, tanti politici ed abili demagoghi hanno riempito le istituzioni e gli uffici pubblici e parapubblici di sottopancia, messi là per crearsi consenso elettorale pur se incapaci di avere una visione ampia dell’economia, della ricerca, della scuola, della università e delle dinamiche di un vero sviluppo sociale. Rebus sic stantibus, molti magistrati, burocrati, imprenditori ed altri cittadini impegnati in attività competitive e sociali (in una parola i cosiddetti “cani senza collare”), hanno avuto ed hanno vita dura per operare: autorizzazioni, licenze, gare europee, ricorsi, lungaggini bibliche per processi penali, civili e del lavoro. Per costoro, il merito, la competenza e la correttezza nella gestione non hanno quasi mai rilevanza, perché rifiutano e di unirsi al gregge dei carrieristi e di fiutare l’aria politica nei momenti di cambiamento partitico. Parlando di Pubblica Amministrazione, il tracollo della competenza ed imparzialità dell’azione è avvenuto con l’entrata in campo delle tante sigle sindacali, sempre attentissime alle quote di iscrizioni più che alla valorizzazione delle Risorse umane, di cui si dicono paladini. Sono un attempato burocrate e, venendo al dunque, così, per gioco, desidero riportare qualche fatto di vita vissuta. Per dati anagrafici, appartengo alla categoria di quei giovani laureati che, nella scelta del lavoro, avevano preferito, per vocazione o voglia di sicuro, placido tran-tran lavorativo, l’Amministrazione in senso lato, diciamo ministeriale. Messo piede al Ministero, il Direttore Generale - guai a chiamarlo “dirigente generale” - (ora siamo tanti), mi conferisce l’incarico scritto di “Responsabile dell’assunzione del personale appartenente alle categorie privilegiate per l’impiego nelle Università”. “Perché Direttore”? “Sei giovane e non ancora corrotto. Mi raccomando di eliminare atti di corruzione o peculato o preferenze nell’espletamento delle tue funzioni”. Mi metto al lavoro e noto subito che molti posti venivano assegnati secondo le più smaccate raccomandazioni e senza criteri prestabiliti.Che faccio? Un bell’appunto al ministro per formare una Commissione, composta anche da sindacalisti delle maggiori sigle, per stilare criteri obiettivi di assunzione, previa raccolta di tutte le istanze giacenti per categorie di appartenenza: invalidi di guerra, orfani di guerra e di servizio, invalidi del lavoro, non vedenti, profughi, invalidi civili, etc. Ricevuto l’assenso politico (le nomine avvenivano per Decreto Ministeriale), predisposti gli elenchi degli aspiranti e dei relativi posti disponibili, convoco la Commissione. “Dottore, facciamo presto e assegniamo i posti secondo le sigle sindacali. Sa, noi abbiamo i nostri iscritti e la Base ha le sue regole non scritte.” “Ho capito, ne riparleremo” … e così finì, miserevolmente, la velleitaria e sana intenzione di cambiamento. Passano gli anni e per ogni burocrate la massima aspirazione è – diventare Direttore Generale -, con relativo prestigio, retribuzione e incarichi ben pagati. La promozione, però, resta un sogno se non hai collaudate aderenze politiche e sindacali.... Ti devi accontentare, quindi, di una lenta carriera e di una posizione marginale: addio meriti e importanti attività svolte! In questa Italia tante cose non vanno bene, ma, forse, non tutto è perduto se, finalmente, ogni Istituzione prenderà a base della sua azione il merito dei propri componenti e non il metodo, già più volte collaudato, dell’esercizio del potere senza limiti, con compromessi vari per stare sempre a galla. Giova, peraltro, ricordare che la correttezza dei vertici delle Istituzioni è una garanzia per tutti i cittadini, siano essi attori o raccomandatori, perché l’esperienza storica insegna che, una volta che hai perso un qualsivoglia potere e/o, una volta che hai esaurito il tuo piccolo potere, diventi vittima di un altro potere: da “inconsapevole persecutore” diventi “vittima sacrificale” di sistemi alterati … Così, dopo quaranta anni di servizio al Ministero, andai a fare (pur se sconsigliato) il Direttore Amministrativo presso l’Università statale della Basilicata. Come obiettivi primari di risultato, gli Organi accademici deliberarono che il nuovo D.A. (ero succeduto a ben 5 DD.AA. nello spazio di un triennio!) portasse a termine i concorsi per una riorganizzazione del personale non docente ed arginasse nelle sedi opportune (Tribunale, Tar, Corte dei Conti, ecc.) un pesante e già pendente contenzioso. Questo il risultato: una condanna per danno erariale, con ricorso ancora pendente presso la Corte Europea; una assoluzione ottenuta in Cassazione, per presunto danno procurato nei confronti del personale; una assoluzione penale (per non aver commesso il fatto), per presunto abuso di ufficio; un diniego di rimborso di spese legali sostenute per generico atto di accusa di un dipendente, conclusasi con archiviazione disposta dal GIP. Trascuro, per rispetto istituzionale, altre vicende di minacce, atti vandalici e lettere anonime. A questo punto: quale alto burocrate vorrà assumersi responsabilità di rapide decisioni gestionali? Che dire dei tanti magistrato emarginati, assegnati a sedi scomode e pericolose, di cui si parla in tv quasi quotidianamente? Perché a Roma, per l’esercizio delle mie funzioni, mi erano sconosciuti il Tribunale, il Tar, la Corte dei Conti, mentre a Potenza ero di casa presso tali Organismi, pur svolgendo non eccelse funzioni che erano, comunque, previste da norme e regolamenti? Ah, il passeggio per Via Pretoria (la Via Veneto di Potenza), dove prendi un buon caffè ed incroci attori, generici e registi della vita cittadina! Il lettore avrà modo di fare le sue riflessioni su quanto rappresentato, senza dimenticare che spesso Potenza è stata oggetto di eco mediatica anche a livello nazionale: si pensi alle vicende politiche di Emilio Colombo e dei Presidenti Regionali e ai casi giuridici della Claps, di Vittorio Emanuele di Savoia e di “Tempa Rossa” (il petrolio lucano).