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Il coraggio e la fantasia del politico “solidale”

Opinionista: 

La principale attività della maggior parte dei politici di questa stagione dell’aria fritta sembra ormai essere diventata quella di “portare solidarietà”. Certo, partecipare a funerali, battesimi e matrimoni è sempre stata una funzione accessoria di una certa politica. Ma quella almeno era destinata alla cura del consenso, perché serviva a dimostrare che il politico in fondo era “uno di noi”: mangiava, piangeva e rideva, esattamente come gli elettori. E quindi lo si poteva votare. Ora invece siamo di fronte a ben altro: parlerei addirittura di palingenesi dei fini della “politica”, o meglio della funzione del politico. Provo a spiegarmi. Qualsiasi cosa accada - dallo stabilimento che chiude all’aggressione discriminatoria, dall’incidente sul lavoro al disastro ambientale - il “solidale” è pronto a precipitarsi sul posto, ovviamente con divisa e attrezzi d’ordinanza. Che poi sarebbero il faccino compunto, il braccio che cinge la spalla della vittima di turno (o del suo parente, se c’è scappato il morto), la frase emozionale (tipo, “non vi lasceremo mai soli” o “era il migliore”) e così via, sino alla candela accesa in caso di fiaccolate notturne. Non è però un mestiere per tutti, se ci riflettete un po’. Infatti, quella del politico “solidale” è una vera e propria full immersion nel dolore, nei problemi e nelle disgrazie - altrui! - che richiede il possesso di un gran pelo sullo stomaco e soprattutto una straordinaria capacità di restare, dentro di sé, indifferenti al dramma di chi sta di fronte. Doti che naturalmente presuppongono anche una faccia di bronzo, che diventa sempre più solida man mano che sale il “grado” e la responsabilità del “solidale” anche rispetto allo specifico disastro cui “partecipa”. E sì, perché l’autentico segreto del “solidale” è quello di riuscire a porsi come terzo di fronte al fatto che si è verificato e a cui in quel momento sta “partecipando”, come se fosse, al tempo stesso, del tutto estraneo alle ragioni che lo hanno provocato e completamente impotente per la sua risoluzione. Insomma, le colpe sono di altri, dal “destino cinico e baro” fino a “quelli che c’erano prima”. In definitiva, il “solidale” è lì essenzialmente per dimostrare che in fondo quello non è affar suo. Perché la funzione che vuole lasciar intendere essere chiamato a svolgere occupando la poltrona pubblica che gli è stata assegnata è solo quella di “portare solidarietà”. A risolvere il problema - nel caso fosse possibile - ci pensi qualcun altro, lui deve solo porgere fazzoletti o dare pacche sulle spalle. Alcuni autentici campioni della “solidarietà”, manco a dirlo, dimorano però nel Nostro Posto. Partiamo dal sindaco De Magistris, con una sfida. Ricordate un solo evento, specie se verificatosi dall’altra parte del globo, cui non abbia inteso manifestare la sua partecipazione? Dai drammi delle popolazioni della fascia subsahariana alla irrisolta questione identitaria degli indiani d’America, il Sindaco di Napoli non ha mai mancato di lanciare chiaro e forte il suo messaggio di sostegno. Attività senz’altro impegnativa che inevitabilmente gli ha perciò impedito, per esempio, di interessarsi a coprire le mille buche delle strade di Napoli, tanto per citare una delle noiose funzioni amministrative che avrebbero potuto rendere banale il suo quotidiano di “solidale” in servizio permanente effettivo. E non è un caso che il suo amico Sandro Ruotolo, appena fatto il proprio ingresso in politica, ha compiuto, come primo gesto, quello di “portare solidarietà” agli operai della Whirlpool. Una bella photo opportunity (come si dice oggi) e la questione è archiviata. Mica c’è da sprecare tempo per provare a pensare cosa fare davvero per impedire la chiusura dello stabilimento e poi portare una proposta al ministro dello Sviluppo Paola De Micheli che per il governo segue (?) la questione insieme al successore di Luigi Di Maio. Ma, secondo me, il campione resta proprio Gigino da Pomigliano d’Arco. In fondo a chi sarebbe mai venuto in mente, da Ministro degli Esteri in carica, di scendere in piazza contro il governo di cui si è azionista di maggioranza, come si appresta a fare lui? Ci vuole coraggio e fantasia, riconosciamoglielo. La competenza no, quella è un’altra cosa e a tutti costoro manca, come manca la voglia di fare e il senso del dovere. Ecco perché forse è meglio che, oltre a scendere in strada, questi “solidali” ci restino.