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Il debito pubblico non è un optional

Opinionista: 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. L’articolo 1 della Costituzione ci dice, innanzitutto, che senza operatività non si va da nessuna parte. I sostegni, si chiamino reddito di inclusione o di cittadinanza, costituiscono un argine al disagio sociale, ma non possono sostituirsi alla ‘fatica’ fisica, alla produttività individuale e di sistema, alla competitività di un Paese. Non c’è Stato che si fondi sul reddito di cittadinanza, sarebbe qualcosa di simile al paese della cuccagna del pinocchio di Collodi, ma, anche lì, sappiamo bene come è andata a finire. Chiunque sia chiamato a condurre la Nazione, o anche porzioni di territorio, deve quindi poggiare bene i piedi per terra. Sia nell’assumere decisioni di impatto per l’economia, sia nel gestire le vertenzialità tra l’Italia e l’Europa. Il direttore del Centro di studi politici europei, Daniel Gros, ha detto, a chiare lettere, che, nei rapporti dell’Italia con l’Ue, il voto di qualche giorno fa ha cambiato poco o niente: resta la sorvegliata speciale di Bruxelles e solo una manovra correttiva potrà evitare la procedura di infrazione. Può darsi che Gros abbondi in pessimismo, ma è bene che, nei prossimi mesi, si valutino bene peso ed effetti che scaturiranno da qualsiasi intervento, o anche solo affermazione, fatti a proposito dei vincoli europei. C’è un motivo elementare che induce a ritenerlo: il debito pubblico italiano, che non può essere considerato come un optional e che, al contrario, è un’autentica anomalia rispetto agli altri grandi paesi del continente. Ovvio che, se qualcuno vanta forti crediti nei miei confronti, non accetta che io decida da solo di cambiare patti, modificare scadenze e via dicendo. Una cosa è alzare la voce per ottenere politiche più favorevoli allo sviluppo, come fa il capo degli industriali Boccia, quando dice che l’Ue deve passare dal Patto di stabilità e crescita al Patto di crescita e stabilità, che per l’Italia si tradurrebbe in maggiori investimenti pubblici, soprattutto nel Mezzogiorno. Altra cosa è andare avanti a prescindere da parametri fissati e inviti al loro rispetto da parte della Commissione o dell’Europarlamento. Si può fare anche questo, naturalmente, ma solo se si è certi di poter rischiare di rompere gli schemi, sfuggire alle pressioni speculative dello spread, dando vita in tempi brevi a una ripresa economica e occupazionale tale da riequilibrare il quadro, senza dunque pagare dazio per gli oneri derivanti dalla gestione del debito pubblico, diventati nel frattempo più corposi.