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Il mistero buffo del calcio di una volta

Opinionista: 

Per la mia generazione il calcio era un mistero buffo. Da ragazzi, più che viverlo dovevamo immaginarlo. Alla fine degli anni sessanta, infatti, di immagini se ne vedevano poche. Non c’era ancora Novantesimo Minuto, la straordinaria innovazione pomeridiana che portò il calcio nelle case, non s’immaginava nemmeno Sky, né tantomeno Dazn. Le piattaforme digitali erano interpretate come materia spaziale. C’era solo, nella tarda serata, il fascino notturno della Domenica Sportiva, con brevi pellicole in bianco e nero che frugavano dentro le partite, perdendo ogni tanto qualche gol e c’era, soprattutto, il transistor sempre pronto per seguire alla radio, in diretta, “Tutto il calcio minuto per minuto“, il vero regno del tifo e dell’immaginazione. La trasmissione partiva solo dopo la fine del primo tempo. Il mitico Roberto Bortoluzzi era in studio a coordinare gli interventi, Enrico Ameri parlava dal campo principale e, subito dopo, c’era la voce roca di Sandro Ciotti che distillava le favole del gol. Erano miti autentici, ascoltati e venerati da tutta Italia. Potevo avere dodici anni non di più. Allora, vivevo in una piccola città della Toscana, sul mare, la serie A sembrava ancor più lontana, il Napoli un’irraggiungibile gomena. Mi arrangiavo come potevo. Compravo qualche settimanale illustrato ma il confronto domenicale con “Tutto il calcio” era la vera pietra angolare sulla quale si costruiva ogni fine settimana. Avevo a casa una Radiomarelli in cuoio, un parallelepipedo pesante che, però, grazie alle sue batterie, poteva essere portata un po' dovunque. Tradizionalmente, allora, le partite iniziavano alle 14. E gli ascoltatori, puntualmente, erano decine di milioni. Era facile, allora, assistere al nomadismo di tifosi che passeggiavano con le famiglie, a piedi, con la radio all’orecchio. Dopo pranzo, in effetti, anch’io lasciavo correre i minuti con una certa ansia. Ero pronto a sintonizzarmi già un quarto d’ora prima e mi predisponevo come dentro un rito. Capitava, però, ogni tanto che, pur girando in tutte le direzioni la manopola, il programma non si intercettava. Si provava, si riprovava, niente da fare. Il tempo passava. 15,10, poi 15,15 ma quella trasmissione sembrava essersi, ormai, vaporizzata. E qui, subentrava una tristissima disperazione radiofonica. Provavo a chiedere aiuto a mio padre, confidando sulle sue doti tecniche. Ma non raccoglievo alcun risultato. 15,25, ormai, a quel punto, probabilmente, metà del secondo tempo se n’era andato. Cosa stava facendo il Napoli ? E il derby di Torino ? Ero lì, accanto alla mia piccola scrivania, prostrato, senza più speranze. Continuavo a girare confusamente quella manopola, sperando di recuperare un suono, una voce, un gol. Niente da fare. C’erano trasmissioni strane, qualche canzone alla moda, un po' di pubblicità ma di calcio nemmeno l’ ombra. Improvvisamente, riuscii a captare un trillo. Era l’anticamera di “Tutto il calcio“. Bortoluzzi annunciava che quella domenica, per le scelte stagionali della Federazione, si partiva con mezz’ora di ritardo e, magicamente, tutto sembrava incasellarsi d’incanto. Ameri, Ciotti, Provenzali, perfino il Napoli che era passato in vantaggio. La mia maschera di dolore si trasformava, improvvisamente, in un sorriso. Avevo magicamente ritrovato i punti cardinali della domenica e, a quel punto, ero pronto a sopportare tutto. Anche le brevi, meditate pause che annunciavano, inizialmente, i risultati più importanti, un ulteriore thrilling volutamente regalato alla platea degli ascoltatori. Sentivi le radiocronache e provavi a immaginare stadi pieni, discese travolgenti, formidabili colpi di testa, ascoltando ancora termini come traversone, galoppata, centrattacco. Roba trasferita da tempo nella soffitta del nostro vocabolario sportivo. Atmosfere che sembravano uscite dai libri di De Amicis mentre nessuno sapeva dov’era Coverciano ed i poeti scrivevano orgogliosi di calcio e di ciclismo. Il mondo della letteratura più ispirata che viveva in trincea, accanto al popolo del tifo. Seguendo una fuga, descrivendo un gol, con l’umiltà di un cronista qualsiasi, disponibile quotidianamente a raccontare anche il grande romanzo dello sport.