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Il murales di Ugo Russo e il ruolo della borghesia

Opinionista: 

Non m’è mai riuscito semplice parteggiare, in Italia, per l’Autorità. L’ho troppe volte vista all’opera, per poter con essa istintivamente simpatizzare. I mestieri che svolgo ahimè da circa quarant’anni ed un’incorreggibile inclinazione ad osservare, m’hanno messo sotto il naso, troppe volte, deviazioni senza limite, che per essere tanto hanno finito col parermi la normalità del potere. Con l’aggiunta che, quando vengono portate davanti ai giudici amministrativi, sono più le volte che passano inosservate che no. Pur detto ciò, m’è sembrato davvero enorme quanto si va leggendo in questi giorni intorno alla vicenda del rapinatore Ugo Russo e del murales che l’effigia spavaldo sulla parete d’un fabbricato in piazza Parrocchiella, alle pendici dei quartieri spagnoli. Il comune di Napoli, non di sua iniziativa, figurarsi, ma a seguito di varie segnalazioni, ne ha dovuto ingiungere al condominio l’abrasione. Ha dovuto farlo – fosse stato per l’ente civico, mai sarebbe stata adottata quell’odiosa ordinanza; troppo scandaloso, però, che la memoria d’un rapinatore, pur caduto sul campo – sul campo criminale della rapina a mano armata – potesse essere eternata attraverso quel vivido affresco, commissionato ben può intendersi da chi. E ora l’incredibile: alcuni borghesi partenopei – accreditati impropriamente d’intellettuali dai mezzi d’informazione – hanno reagito: hanno reagito attinti nella loro civica sensibilità, che ha loro imposto d’opporsi alla rimozione di siffatta arte popolare. Il loro sentimento della legge s’è indignato di fronte alla cancellazione d’un anelito di legalità: in sostanza, alla richiesta di giustizia che quell’effige testimonierebbe, da parte di chi chiede venga fatta luce sull’omicidio del rapinatore. Perché – va detto – sembrerebbe che il carabiniere rapinato abbia ecceduto nel difendersi, provocando la morte dell’aggressore, quasi a mo’ d’esecuzione. Ovvio che quando si solfeggia, tutto può sostenersi. Non c’è dubbio che se il carabiniere ha effettivamente ecceduto nel difendersi – e non stento affatto a crederlo – dovrà essere punito nei modi che merita (sul punto, non m’è parso d’ascoltare invocazioni), perché la lotta per l’affermazione del diritto non deve mai arrestarsi e deve essere particolarmente inesorabile nei confronti di chi – come un carabiniere – per compito ha il dovere d’essere testimone incrollabile della forza della legge. Ma questo cosa c’entra con il mantenere un murales che simboleggia, ingigantendolo, un rapinatore, il giorno della cui morte i familiari devastarono un pronto soccorso e suoi accoliti spararono colpi d’arma da fuoco nei confronti di la caserma Pastrengo dei Carabinieri? I borghesi che solidarizzano con il murales, hanno di grazia idea di cosa significhi un simbolo e di come operi sulle menti? Sanno quale sia l’effetto che esso dispiega nelle persone che lo riconoscono per tale – come simbolo, cioè, e non come espressione di primitivismo sociale – ogni giorno che, transitandovi dinanzi ne traggono ispirazione? Con i simboli non si sofistica. Essi son tali, proprio perché ispirano moti interiori non controllati, rafforzando motivazioni e riconoscimenti, sviluppando identità, spingendo ad azioni conformi a ciò che rappresentano. La bandiera, per dirne una, è simbolo di Patria; quando ci si crede – ovviamente, non basta la bandiera, ci vuol tutto un contesto che la sorregga e le assegni significato – per la bandiera si va a combattere in guerra, si sta in trincea, si mette in conto di morire. Non è roba da poco e forse nemmeno è giusto ma è. Orbene, cosa – chiederei ai borghesi che hanno firmato l’appello pro murales – cosa quell’affresco di pessima fattura può ispirare ai correligionari del fu Ugo Russo? Quali sentimenti rafforzerà, il veder associato il loro sodale reso idolo dalla morte ad una forma d’eternazione non dissimile a quella che un tempo s’usava per santi e madonne, quando si volevano trasmettere valori religiosi a masse poco formate sul piano del pensiero ma pronte ad interiorizzare immagini ben tornite? Quali saranno i sentimenti che si svilupperanno per coloro che quotidianamente transitano in piazza Parrocchiella, vedendo il loro compagno lì a suggerirgli un modello di vita? Penseranno agli eletti valori della legalità, di cui si son resi testimoni i borghesi che niente di meno hanno avvertito l’esigenza di solidarizzare con chi si ribella all’ordinanza comunale di rimozione – anime davvero nobili – ovvero interiorizzeranno che quella del rapinatore non è attività da riprovare, bensì eroico mestiere che merita pure la propria celebrazione pubblica? Con i simboli non si gioca. Muovono all’azione, costituiscono da modello, soprattutto in menti deboli ed in ambienti propensi a dar loro valore, costituiscono una formidabile energia che orienta nella selezione delle condotte ed induce all’emulazione. È snobismo facile da condividere, il rendersi paladini del reietto dalla comoda poltrona d’un salotto, evitando di passare per piazza Parrocchiella – luogo poco borghese da evitare, soprattutto se adornati da gioielli. Solo che non è questo il modo di rendersi paladini di persone che hanno avuto la disgrazia di nascere e formarsi in ambienti che li hanno prescritti al crimine: che non hanno creato realistiche alternative. Il modo – credo – non è quello di continuare ad esporli all’esempio delinquenziale, cavalcando manifestazioni artistiche da società tribale, incapace di fornire a costoro esempi educativi da imitare. Il modo – penso – è quello di procurare occasioni concrete ed esempi attivi in grado di mostrare, anche simbolicamente, che la realtà può essere diversa da quella che queste persone vivono. La borghesia, un tempo, si distingueva – e voleva distinguersi – per senso di responsabilità, sentimento del dovere, impegno nel fornire equazione tra il fare attivo ed il conseguimento dei risultati positivi. Tristemente – qui da noi – dobbiamo dar ragione a Juan Donoso Cortès, che l’accusava d’essere clasa discutidora, e nulla più.