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Il Pd e il cambiamento radicale delle politiche

Opinionista: 

Forse qualcosa si muove a sinistra. Il segretario del Pd Zingaretti ha solennemente dichiarato che dopo la tornata delle elezioni regionali di fine gennaio il suo partito non sarà più lo stesso. Verrà convocato un congresso che avrà come filo conduttore un processo di radicale rinnovamento che riguarderà non solo il programma politico, ma anche la struttura organizzativa. La decisione nasce da una convinzione: la crescita negli ultimi mesi della domanda di politica, come hanno mostrato le tante iniziative dal basso provenienti dalla società civile, dal movimento delle sardine e dai tanti gruppi ecologisti. Con sottile gioco linguistico il segretario del Pd ha tenuto  a precisare che il suo intento non è quello di fondare l’ennesimo nuovo partito, ma un partito nuovo, forse pensando pur nella diversità di tempi e di storie al partito nuovo di Togliatti. Ma erano altri tempi e altri scenari della storia. Il nuovo del futuro partito o anche della futura struttura che vorrà darsi il Pd sta nell’obiettivo di far collocare al primo posto di ogni agenda politica i bisogni delle persone attraverso una rete capillare che sappia raccogliere le domande delle realtà locali, non solo al fine di raccogliere consensi, ma anche di una convinta partecipazione nella ridefinizione delle strutture e degli organigrammi dirigenziali. Tutto questo in teoria potrebbe anche andar bene. Purché abbia come obiettivo la inderogabile volontà di un cambiamento radicale delle politiche – o meglio non politiche – governative, di un risveglio da un letargo che immobilizza, visti i veti incrociati, ogni ipotesi di buona politica sociale, economica, legislativa, culturale, industriale, scolastica e così via elencando. Dalle dichiarazioni di Zingaretti sembra che questo possa essere il primo obiettivo da perseguire e realizzare. Ecco, infatti, cosa ha dichiarato: “Non è tempo di distruggere ma di costruire. E quella che va costruita subito è una visione poi un’azione comune su pochi capitoli chiari: come creare lavoro, cosa significa green new deal, come si rilancia la conoscenza, come si ricostruiscono politiche industriali credibili nell’era digitale”. Zingaretti appare convinto – e forse non sbaglia – del progressivo ritorno a un sistema bipolare sinistra/destra, visto il lento processo di disfacimento del partito di Di Maio. Vi è tuttavia un’ombra che sempre si staglia all’orizzonte dei periodici cambiamenti dei partiti eredi del Pci: l’inamovibilità – come ha giustamente osservato Massimo Giannini su “Repubblica” – e l’impermeabilità dei gruppi dirigenti. È qui che si gioca la vera partita del cambiamento: idee nuove che camminano sulle gambe di dirigenti e rappresentanti nuovi, specialmente se giovani e donne. E invece dalle dichiarazioni di tanti dirigenti del Pd – a partire dai due capigruppo alle Camere – sento più di una traccia di distinguo e di limitazione nelle aperture evocate e illustrate da Zingaretti. Vedremo gli eventi futuri per meglio giudicare.