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Il pericolo immaginario giustifica il ricatto vero

Opinionista: 

Guai a cedere al ricatto delle proteste. Questo è il momento di tenere la barra dritta. Gli irresponsabili che, con la scusa del Green pass, vogliono paralizzare l’Italia e precipitarla nel caos devono essere sconfitti. Si tratta di una partita decisiva per stabilire se la Nazione può davvero ripartire o meno dopo la pandemia. Le minoranze no vax e no Pass che cercano d’imporsi sulla maggioranza silenziosa di chi chiede solo di poter tornare a lavorare in sicurezza, rendono chiaro che il problema non è l’immaginario «pericolo fascista», ma la ben più concreta minaccia di chi, col pretesto della lotta alla «dittatura sanitaria», di fatto rischia di rendere l’emergenza perenne. Da questo punto di vista, gli irresponsabili vanno a braccetto con quelli che anche oggi ci imporranno la solita solfa. Stiamo sconfiggendo il maledetto virus che ha ucciso oltre 130mila italiani; stiamo riaprendo l’economia; ci sono oltre 200 miliardi europei da spendere; dobbiamo mettere mano a una serie di riforme da far tremare i polsi, decidere i nuovi ammortizzatori sociali che proteggeranno i lavoratori, cambiare il sistema fiscale e invece? A che cosa siamo inchiodati? Al fascismo e all’antifascismo. Roba da matti. Sembra una barzelletta, invece è esattamente ciò che accadrà oggi alla manifestazione dei sindacati. Bandiere rosse al vento, Bella Ciao a squarciagola e la denuncia del pericolo rappresentato da pochi estremisti neri col cervello tatuato: tutto come un vecchio copione da anni ’70. L’utilizzo strumentale dell’antifascismo disgusta. E dovrebbe indignare innanzitutto i veri antifascisti. Quelli che sanno che l’antifascismo fu cosa seria e nobile durante il regime, quando ci voleva coraggio a dichiararsi oppositori. Oggi, a distanza di 99 anni dalla marcia su Roma, le mesate della memoria che ogni tanto riemergono a sinistra quando da quelle parti non hanno più nulla da dire né argomenti seri da contrapporre alla destra, francamente hanno il fetore rancido del rancore contro un nemico che non c’è più. “Fascista” è ormai solo un marchio d’infamia da affibbiare vilmente per buttare fuori dal campo chi dissente e impedirgli di partecipare al gioco democratico. Chi ne viene colpito non ha più diritto di parola, diventa un reietto, un rifiuto della società. Questo sfruttamento della memoria a fini politici infanga la memoria stessa che a parole si vuole onorare. Soprattutto se a farlo sono coloro che usarono l’antifascismo non in quanto fervidi democratici, ma semplicemente perché sognavano di sostituire al totalitarismo nero una dittatura rossa ben più sanguinaria e negatrice delle libertà. L’antifascismo sopravvissuto alla morte del suo nemico è puro conformismo per sbarazzarsi di chiunque non la pensi come i depositari del Verbo e della Verità. Avere un giudizio storico sul fascismo e l’antifascismo molto diverso dalla vulgata dominante e dalla storiografia che va per la maggiore, non vuol dire anelare il ritorno al Partito fascista. Più modestamente, significa chiedere di guardare con onestà a una pagina di storia italiana che ebbe, come tutte quelle scritte prima e dopo, le sue luci e le sue ombre. Tutto questo non c’entra nulla - ma proprio nulla - né con la pandemia né con i sovversivi neri dalla testa vuota e la mano pronta che hanno vilmente assaltato la sede della Cgil a Roma, ignorando che proprio il sindacato rosso è tra i più critici del Green pass. Gente che va perseguita con la massima fermezza. Esattamente come i loro colleghi rossi dei centri sociali beccati a Milano. Ciò che sta accadendo ancora una volta, questo film del nostro passato che non passa già visto e rivisto fino alla nausea, è indegno perché sporca il ricordo dei morti e ha il solo obiettivo di suscitare nuovi odii e divisioni tra i vivi. «Il fascismo degli antifascisti», lo definì non a caso Pier Paolo Pasolini. C’è da augurarsi che, passati i ballottaggi delle Amministrative, si metta mano alle cose serie. Di tempo ne abbiamo perso fin troppo.