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Il populismo retrocede Il “sì” dai cento padri

Opinionista: 

Mai come questa volta, nonostante la concomitanza di un doppio voto, regionale e referendario, con tante varianti e specificità comprensibili a esso legato, il verdetto che emerge dalle urne ha una sua inconfutabile chiarezza, destinata a creare però molte complicazioni di natura politica e istituzionale. L’ondata populista arretra, il Pd di Zingaretti regge meglio del previsto e pareggia la partita con il centrodestra, che, a sua volta , conferma nell’insieme i dati intenzionali di voto del 49% complessivi da coalizione ancora vincente, anche se si aspettava di più. Il premier non esce né rafforzato né indebolito, sicuramente però da domani in poi sarà al centro di un fuoco amico e nemico. Il trionfalismo di Di Maio che si intesta la paternità della vittoria dei Si, invece di dominio pubblico, figlia di tanti padri, è soltanto un espediente molto comodo per cercare di nascondere la netta “debacle” regionale. Da forza politica di maggioranza relativa del 33% alle consultazioni del 2018, per una inesorabile regressione, oggi si colloca al quarto posto dopo Lega, Pd, Fratelli d’Italia. Sono questi gli elementi oggettivi su cui le forze politiche saranno chiamate a riflettere . Intanto la prima a farlo dovrà essere il M5S, fino ad oggi ogni suo calo è passato sotto silenzio anche con pezze d’appoggio, discusse e discutibili, da parte della Piattaforma Rousseaux. D’ora in avanti non potrà essere più come prima, si dovrà cominciare a fare sul serio più luce al proprio interno per poter essere credibile all’esterno . E’ anacronistico , per non dire altro, che una formazione politica, nata nella enfatizzazione della trasparenza vista come valore assoluto, continui a fare tutt’altro, anzi ad aggredire chi la invoca. Assistere ai viaggi bisettimanali di Grillo nella Roma dei “Vaffa” per dettare la linea politica, cercare di pacificare le fazioni interne e rassicurare gli alleati, senza consultare il capo politico, da provvisorio diventato definitivo nel non contare, è quanto di più delegittimante può fare un Movimento. Che non potrà più continuare a essere ambiguo, qualche serio e fermo segnale si è già avuto ieri pomeriggio durante la maratona-suspense degli spogli. Subito dopo che Di Maio si intestava trionfalmente la vittoria dei Si, Zingaretti, che fino a qualche ora prima, era stato sulle spine, temendo il peggio, appena saputo che Toscana e Puglia non sarebbero passate al centrodestra, ha parlato pacatamente e a muso duro ai Cinquestelle. Due i messaggi, che non dovrebbero far dormire sonni tranquilli a Di Maio, già stressato dalla sua personale bruciante sconfitta in Campania e dal mezzo cappotto del Governatore De Luca su Caldoro .Il primo è di rinfaccio per non avere assecondato la proposta del Partito Democratico di trasferire sul piano locale la formula dell’ alleanza di governo nazionale; il secondo nel ricordargli che la vittoria del si al Referendum non potrà limitarsi alla soddisfazione del taglio dei parlamentari voluto da quasi tutti i partiti non solo dai Cinquestelle . Tutto ciò per sottolineare da subito che in quelli, che dovranno essere gli obbligati correttivi di garanzia costituzionali, tra riforma elettorale e nuovo assetto parlamentare e dello Stato, con tutte gli altri meccanismi da rimodulare, a dettare le soluzioni giuste non potrà essere l’antipolitica ma l’interesse superiore del Paese. Si apre per tutti una nuova stagione nel segno delle maggiori responsabilità e non più delle demagogie. Anche per il governo cambieranno molte cose , l’indebolimento dei populisti, che ha fatto comodo al premier, per tenerli meglio la guinzaglio, ora può portare ad altri imprevedibili scenari e protagonisti . Conte resterà ancora al suo posto? Chi invece dovrà anche interrogarsi è Salvini, o meglio il centrodestra, sulla vittoria schiacciante di Zaia.