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Il premier? Ha campato sulla ”svendita” del M5S

Opinionista: 

Venerdì 1° giugno 2018, dopo tre mesi di tatticismi, accuse e veleni, nasceva il primo esecutivo della XVIII legislatura tra M5S- Lega, tra due forze populiste antisistema, con un “contratto di governo” di due scopi. Non tornare alle urne e far fruttare da subito i rispettivi tesoretti elettorali con il Reddito di Cittadinanza e Quota 100. Anche se i dubbi furono tanti sulla innaturale alleanza, finita poi a pesci in faccia, alla fine venne il disco verde dal Presidente della Repubblica. Così il Corsera sintetizzò la provvidenziale opera del Colle: “Ha tenuto in vita una legislatura a rischio, rispetta i vincitori delle elezioni e mantiene gli equilibri in Europa. Ha pacificato il Paese in tempo perché la festa della Repubblica, (2 di Giugno) non sia profanata dalle polemiche. E ha ribadito infine le proprie prerogative”. Quali? Da notaio o da politica per caos? Resta il mistero. Di certo c’è che, a più di due anni e mezzo, dal via libera a un governo, guidato da un professore sconosciuto, Giuseppe Conte, sponsorizzato da Grillo - cui seguì il governo del ribaltone con M5S - Pd e sempre Conte in sella, raccomandato addirittura da Trump - la situazione è andata di male in peggio. Nonostante la proverbiale, lungimirante guida di Mattarella. Sicuramente anche per la disastrosa pandemia, che, però, a differenza di quel che si vuol credere, è stata mal gestita. Quando la storia studierà la odierna legislatura non potrà non sobbalzare nel trovarsi di fronte a uno dei più grossi inganni politici, targati M5S. Che, entrato in Parlamento con un proposito molto caro a Grillo di “doverlo aprire come si può fare con una scatoletta di tonno”, ha fatto tutt’altro. Il carismatico “masticatore” di sputi e di vaffa contro gli impostori dei vecchi partiti, soprattutto del Pd, al grido di “Noi saremo diversi, scopriremo tutti gli inciuci , gli inciucetti, gli inciucini e gli inciucioni”, appena i suoi degni allievi entrarono in Parlamento, lasciò che si buttassero sul “tonno”. Era il preannuncio della svendita “penta stellata”. Ci vorrebbe un Guy de Maupassant, ineguagliabile narratore di burle, per raccontarci la magica formuletta del “salvo-intesa”, il “lanzox” quotidiano, grazie al quale i grillini continuano a ingoiare tutti i rospi d’Italia pur di restare nel palazzo. Chi si attendeva la “presa della Bastiglia” si trova alla presa di una “pastiglia”. Avevano detto: con noi mai più l’assalto alle poltrone, la spartizione, promesso finanche di cancellare il lessico politico della prima repubblica: vertici di maggioranza, rimpasto, crisi pilotata, patto di legislatura, governo con tutti i leader dentro. Una volta “quisquilie” cioè immondizia per dirla con Totò, oggi invece “oro colato”, utile per non affondare. Non solo non hanno mantenuto fede a quanto promesso, ma stanno facendo tutto quello che hanno rimproverato ai vecchi partiti da inesorabile “svendita” del Movimento. Hanno ceduto su tutti i fronti, ma ora arroccandosi nella difesa di un solo tema , pretendono addirittura di recuperare una residua credibilità. Siamo nel mezzo di uno snaturamento, che fa comodo al Pd, convinto di poterne fare un sol boccone, grazie anche al sostegno del premier Conte, disposto a qualsiasi compromesso pur di restare a galla. Una spregiudicatezza, emersa anche dai messaggi delle ultime ore, che farebbero paventare giorni bui qualora venisse disarcionato. È questa la classe dirigente che dovrà far ripartire il Paese? L’identikit della involuzione pentastellata è Vito Crimi, che esordì con un abituccio della festa e una cravatta incolore per dire: “Annuncio con grande orgoglio, abbiamo cominciato a tagliare i fondi previsti per i giornali” e oggi in tasmania e cravatta regimental è da quaresimale omertà sul “conflitto d’interesse”, scomparso dai radar. È l’ora dei “responsabili” e Crimi da tempo dà il buon esempio. Non si può mai sapere.