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Il Presidente Mattarella è l’ombrello protettivo

Opinionista: 

Scrivo queste righe nel giorno dell’anniversario della Repubblica italiana. Dopo il risultato delle elezioni mi chiedo se abbia ancora un senso e una possibilità di ascolto ogni monito contro la deriva del populismo sovranista rappresentato dal partito di Salvini e mi chiedo anche se non sia stato un errore battere sul tasto del fascismo alle porte. Si doveva piuttosto affiancare ad esso un programma in grado di fronteggiare sul piano dei bisogni e del dialogo con gli elettori la capacità che hanno mostrato oggi la Lega, e poco più di un fa il movimento 5 Stelle, di parlare alla pancia, più che al cervello degli elettori, specialmente quelli delle aree depresse del Mezzogiorno, caratterizzate dalla disoccupazione, dal degrado ambientale e dalla penuria di servizi sociali. A conferma di ciò, basta dare uno sguardo al Report dell’Istituto Cattaneo che analizza i flussi elettorali dei tre grandi partiti. Il partito di Salvini è passato, nel giro di cinque anni, da 1.686.556 voti agli attuali 9.655.298, cioè quasi otto milioni di voti in più rispetto al 2014. Ma la Lega avanza anche rispetto al voto del 2018 quando ebbe 5.584.927. Il risultato delle elezioni europee – commentano i ricercatori dell’Istituto – fa salire il partito di Salvini non solo al primo posto nel contesto italiano, ma anche la forza politica con la distribuzione dei voti più omogenea su tutta la nazione. Come mostra l’analisi dei flussi elettorali (oltre alla nuova geografia del voto), la Lega oggi è diventata a tutti gli effetti un partito nazionale pigliatutto, in grado di spingersi ben oltre le sue tradizionali roccaforti nelle aree del Nord. C’è da segnalare che solo in Campania la Lega resta al di sotto del 30% a causa della forza ancora notevole del partito di Di Maio. Il M5Stelle contiene la perdita rispetto alle precedenti elezioni europee lasciando per strada quasi 1 milione di elettori, passando dai 5,8 milioni ottenuti nel 2014 ai 4,8 milioni del 2019, corrispondenti al 17,1% di voti (-4,1 p.p.). Un dato significativo, giacché, come osserva il “Cattaneo”, questo risultato segna il punto più basso raggiunto dal M5S in una competizione di carattere nazionale, in cui non era mai sceso al di sotto del 20%. Ma è il confronto col dato delle elezioni politiche dell’anno scorso a rendere ancora più evidente le dimensioni della “batosta”: in un solo anno, il partito perde più della metà del suo elettorato, passa da 10,2 a 4,8 milioni. C’è da segnalare un dato significativo e cioè il fatto che il partito di Di Maio perde voti in tutte e tre le circoscrizioni del Centro-Nord con flessioni consistenti che vanno poco più al di là del 10% nelle circoscrizioni del Nord e oltre il 16% in quella del Centro (con Roma che ha ancora un sindaco 5 Stelle) e ottiene un significativo incremento nelle circoscrizioni meridionali e delle isole rispettivamente del 5% e del 2,5%. Viene in tal modo accentuandosi il carattere di partito meridionale già visibile nelle passate consultazioni. Significativo, tra l’altro è il risultato della Campania dove i 5Stelle superano il 33%. Per quanto riguarda il Pd, la perdita è notevole rispetto al precedente exploit di Renzi con oltre il 40%, e si aggira intorno ai 4 milioni e mezzo di voti. Tuttavia se il confronto viene fatto rispetto alle politiche del 2018 emergono alcuni segnali positivi: il partito di Zingaretti ha incrementato i suoi consensi in tutte le regioni italiane, con un aumento che, in media, supera i 4 punti percentuali e in modo particolare nelle circoscrizioni del Sud e delle Isole. Questo il quadro che emerge dall’analisi del voto, che ha due possibili esiti: un voto anticipato per le Politiche che potrebbe accentuare le distanze tra gli attuali partner del governo (ammesso che il centrodestra non conquisti la maggioranza) e raccorciare quelle tra Pd, 5 Stelle e ciò che resta dei partiti della sinistra e dei verdi; oppure un nuovo contratto che se somiglia al primo condurrà il paese allo scontro definitivo con l’Europa e alla sua totale emarginazione. Il quadro certo non è consolante anche per la persistenza di atteggiamenti tracotanti e provocatori di Salvini che certo non è fascista nel senso storico e classico del termine, ma indubbiamente fautore di una politica che restringe gli spazi della democrazia rappresentativa appoggiandosi a quella che Tocqueville definiva dittatura della maggioranza. Fortunatamente abbiamo l’ombrello protettivo della nostra Costituzione e del suo custode: il Presidente Mattarella. Mi confortano le sue parole pronunciate in occasione del 2 giugno: “ Libertà e democrazia non sono compatibili con chi alimenta i conflitti con chi punta a creare opposizioni dissennate fra le identità, con chi fomenta scontri, con la continua ricerca di un nemico da individuare, con chi limita il pluralismo”.