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Il protagonismo tedesco e la sua colpa storica

Opinionista: 

L’8 maggio ero in Germania e ho potuto vedere come tutti i grandi quotidiani tedeschi hanno dedicato pagine e inserti alla data che metteva fine non soltanto alla guerra ma soprattutto alla feroce dittatura nazista. Settanta anni fa l’esercito tedesco firmava la capitolazione, anche se già il 2 maggio la Wehrmacht si era arresa a Berlino. L’editoriale della “Tageszeitung”, quotidiano della capitale, esprime bene una giusta considerazione: l’8 maggio è giustamente considerato il giorno della pace per tutti, ma la vera festa vale innanzitutto per coloro che la guerra l’hanno vinta, sconfiggendo la belva nazista. D’altronde, lo sforzo immane costato vite umane e inenarrabili sofferenze, compiuto dalle forze alleate (si pensi ai quasi trenta milioni di morti nella sola Russia sovietica) non aveva certo l’obiettivo di liberare il popolo tedesco, ma di evitare a se stessi un destino di schiavitù e di oppressione. Ed anche per i sopravvissuti (ormai pochi e molto anziani) alle terribili prove dei campi di sterminio, la data della fine della guerra non può essere vissuta sotto il segno della gioia e della festa, ma sotto quello del dolore e del lancinante ricordo. Con molta severità l’editoriale si chiede sino a che punto oggi la Germania sia capace di collegare quella data non più solo alla fine della guerra e della dittatura, ma anche alla capacità, per i sopravvissuti e ancor più per le generazioni presenti e soprattutto future, di pensare e realizzare una vita buona per il maggior numero di esseri umani. Spesso, è ancora il giornale tedesco a sottolinearlo, la Repubblica federale pensa a se stessa come luogo dell’umanità. Ma non è proprio così, visto che l’antisemitismo non è un fenomeno del tutto superato, che il razzismo e l’ostilità verso gli stranieri sono problemi con i quali la società tedesca deve ancora fare i conti. Anche la “Süddeutsche Zeitung” dedica un inserto all’anniversario e si concentra, oltre che sulla ricostruzione degli ultimi giorni della Germania nazista e sulle ore della capitolazione, sulla difficoltà del passaggio dalla fine del terrore al nuovo inizio della libertà ed autocriticamente osserva che per arrivare all’unanime (o quasi) riconoscimento dell’8 maggio come giorno della liberazione si è dovuto percorrere un lungo cammino, fatto molto spesso di reticenze e di rifiuto di fare i conti col proprio passato. Forse proprio per questo il Bundestag ha voluto affidare il discorso commemorativo ad uno storico August Winkler che ha insistito nella tesi che i 12 anni della dittatura nazista e della guerra non possono essere considerati una parentesi o un momento di follia che può far dimenticare la presenza di tracce cospicue di conservatorismo e di pensiero antidemocratico presenti nella società e nella cultura tedesca tra fine 800 e primi decenni del 900. Proprio per questo, ammonisce lo storico, non si può abbassare la vigilanza sulle sorti della democrazia, forse sperando che dopo tanti anni non ve ne sia più bisogno, né si deve rinunciare alla memoria e alla consapevolezza che i germi dell’antidemocrazia e del nazismo erano diffusi capillarmente nella società tedesca. Resta da chiedersi – e in verità neanche Winkler alla fine se lo chiede – se l’attuale politica estera tedesca specialmente economica e monetaria (l’atteggiamento verso la Grecia mi pare emblematico) non sia la forma, certo abissalmente lontana dal progetto nazista, di una rinnovata egemonia sullo scenario europeo. Bisogna fortemente augurarsi che il nuovo protagonismo tedesco in politica estera non metta tra parentesi la memoria di una colpa storica che niente e nessuno potrà mai cancellare.