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Il valore insostituibile delle persone anziane

Opinionista: 

È fuor di dubbio – come mostrano i grafici che quotidianamente alimentano la nostra paura – che il tasso di mortalità da Coronavirus per età dimostra quanto fragile sia la vecchiaia. Una tabella di qualche giorno fa mostra che i morti oltre i 70 anni superano il 60% e di questi il 48% sono oltre gli 80. Al di là dei numeri che, almeno per il momento, continuano impietosamente a crescere, emerge come con la memoria familiare si corra il rischio di perdere progressivamente il patrimonio di una eredità culturale, morale, affettiva di una intera generazione. Ma è lo strappo indicibile di una morte solitaria che tocca tutte le vittime di questa terribile pandemia che per gli anziani diventa ancor più terribile. Leggo con commozione le strazianti parole di un novantenne dopo la perdita della moglie: «È triste salutarsi così dopo 64 anni di matrimonio. Come si fa a rinunciare all’abbraccio, a una messa, al conforto di essere con le persone amate?». Rompe questo scenario fatto, oserei dire, alla luce delle peggiori teorie eugenetiche, preoccupate di salvaguardare le generazioni più forti e dominanti, il monito solenne del presidente Mattarella: «L’Italia vede decimata la generazione anziana, punto di riferimento per i giovani e per gli affetti». Una tendenza pericolosa che poggia sul disegno di una società perversa e discriminatoria che aggiunge al disegno della legge tribale del più forte la raffinata e crudele ideologia tardo liberistica e monopolistica che fa morire, come è avvenuto nell’America di Trump, un giovane californiano di soli 17 anni perché non aveva il denaro necessario per pagare la costosa assicurazione sanitaria americana. Ma questi sono i frutti non soltanto di una perversa ideologia quasi totemica, adoratrice del dio mercato e dei suoi pochi profittatori miliardari, ma anche di un perdurante e pericoloso torpore dell’intellettualità mondiale ed europea che ha dimenticato, tanto per tornare al nostro tema, il rispetto che le grandi culture classiche avevano per gli anziani. A partire dall’esemplarità di un episodio dell’Eneide: Enea che fugge da Troia in fiamme col padre Anchise sulle spalle e il figlioletto per mano, quasi a testimoniare la continuità delle generazioni. E come non riandare ai grandi classici che hanno esaltato il passaggio dalla maturità alla vecchiaia, e con esso il patrimonio di saggezza, come ad esempio Seneca quando scrive nella lettera 12 a Lucilio: «Ho visto chiaramente riflessa la mia vecchiaia. E accogliamola di buon grado e amiamola; può dare tanta gioia a chi sa goderne». O ancora Cicerone nel passo conclusivo del De Senectute quando così scrive: «E se non siamo destinati all’immortalità, resta tuttavia sempre preferibile per l’uomo estinguersi al tempo fissato: la natura dispone, infatti, come per tutte le altre realtà, una misura del vivere; l’età senile è come la conclusione della scena della vita, e della vita dobbiamo evitare di stancarci, soprattutto se ne abbiamo avuto piena soddisfazione». Infine, vorrei tanto che si avverasse - in questa triste età di indifferenza e di malcelata sopportazione della vecchiaia - il monito che Norberto Bobbio affidava a un suo testo autobiografico, anch’esso intitolato De Senectute: «Il vecchio vive di ricordi e per i ricordi, ma la sua memoria si affievolisce di giorno in giorno. Il tempo della memoria procede all’inverso di quello reale: tanto più vivi i ricordi che affiorano nella reminiscenza quanto più lontano gli eventi. Ma sai anche che ciò che è rimasto, o sei riuscito a scavare in quel pozzo senza fondo, non è che una infinitesima parte della storia della tua vita».