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La crisi e i due errori del Presidente Mattarella

Opinionista: 

Il deputato leghista Vito Comencini ha rivolto un grave insulto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al raduno di Pontida non si è tenuto ed ha detto che gli fa schifo, evidentemente alludendo alla gestione dell’ultima crisi   di governo da parte del Capo dello Stato. I toni sono quelli che sono e la politica attuale ci sta avvezzando ad un tale immiserimento nel livello della comunicazione pubblica, che non fa meraviglia nemmeno il libero vilipendio delle più fondamentali istituzioni. Al di là del tono, però, una discussione sull’operato del Presidente Mattarella sarebbe stata opportuna, perché ne va della tenuta in termini di credibilità dello Stato. In Italia, al contrario, almeno da parte dei principali luoghi dell’informazione e della formazione culturale, vige un principio non scritto, secondo cui ciò che fa il Presidente della Repubblica è fuor di discussione: fa sempre tutto bene e perfettamente e chi lo mette in dubbio è un reprobo. Ciò comporta – quale inevitabile conseguenza – che solo chi accetta d’essere classificato tra i reprobi, opera critiche: e lo fa con i mezzi che i reprobi hanno a disposizione: l’insulto. E non dovrebbe essere così. Si dice e si ripete che il Capo dello Stato andrebbe considerato come il notaio della Costituzione: facendo peraltro un po’ torto alla professione del notaio – che non si limita affatto a registrare altrui volontà, bensì ne opera la difficile traduzione in appropriate forme giuridiche e ne verifica la compatibilità con l’ordinamento. Con questa inappropriata metafora si vorrebbe affermare che quella carica sarebbe una sorta di corpo senz’anima, al quale le forze politiche possono presentare qualsivoglia soluzione, purché nel Parlamento, per qualsivoglia ragione, incontri una costituita maggioranza. Tutt’altro che vero. Il Presidente della Repubblica non è posto dalla Costituzione a registrare le bizze e le manovre del Palazzo politico; è configurato dalla carta fondamentale quale garante della Costituzione, non dei partiti e delle loro tattiche; i partiti sono certamente elemento della Costituzione, purché però la rispettino. E per rispettare la Costituzione, bisogna anzitutto comportarsi in modo che essa non venga ridicolizzata. Non è questo il luogo per una compiuta disamina dell’operato del Capo dello Stato; ma un paio di cose da dire, di prima veduta, ci sono eccome. Mi fermerei all’incarico conferito al Presidente Conte. Sul piano formale, la cosa è stata abbastanza imbarazzante. Quando il Presidente della Repubblica gliel’ha assegnato, il premier incaricato non era in condizioni di riceverlo; non perché, com’è ovvio, dovesse ancora definire a pieno le condizioni per la formazione del suo esecutivo; ma perché il maggiore partito della coalizione – il M5S – aveva decretato che dovesse decidere la piattaforma Rousseau. Dunque, il Presidente incaricato non aveva mandato per accettare; ed il Presidente della Repubblica vedeva la validità del suo operato – in uno dei fondamentali atti del proprio mandato – condizionata all’ignota volontà di un centinaio scarso di migliaia d’ignoti elettori (perché non si conosce nemmeno quale sia il corpo elettorale), selezionati e scrutinati con metodo segreto. Questo, a mio avviso, è un atto grave, perché sposta il momento sovrano della decisione politica verso un’entità indeterminata e dai più indeterminabile, del tutto al di fuori dei processi costituzionalmente riconosciuti. Questo, a mio avviso, è un atto di destabilizzazione delle già precarie istituzioni repubblicane, che avrebbe dovuto evitarsi. Anche perché costituisce un precedente. Del resto, il medesimo Presidente aveva, nella scorsa crisi, già consentito che, mentre egli aveva incaricato Sergio Cottarelli per costituire il Governo, in stanze contigue un governo ombra andava costituendosi ad opera di Salvini e Di Maio, senza che nessuno li avesse incaricati di farlo. Non è cosa da poco nemmeno questa. Ma passando dalle forme giuridiche a quelle politiche, il Presidente della Repubblica ha designato ad organizzare la compagine di Governo il professore Giuseppe Conte. Come tutti sanno, quel medesimo docente aveva guidato il precedente Esecutivo, con forze che violentemente si opponevano al Partito democratico e che, soprattutto si opponevano, ed in parte si oppongono, a quei potentati economici e finanziari che il partito democratico da tanti anni convintamente rappresenta. Ora, che la medesima persona potesse credibilmente guidare due esecutivi così distanti tra loro non sta in piedi, sotto qualsiasi angolazione riguardato. Ed è un fatto che mina la credibilità – per vero sempre più diafana – delle nostre istituzioni repubblicane: dato che molto per esse conta la credibilità di chi ad un sì alto livello è chiamato a rappresentarle. Ed il Presidente della Repubblica è lì – con i pieni poteri conferitigli in proposito dalla Costituzione – a preservare lo Stato da simili angherie della politica, segnando un invalicabile confine tra la serietà delle istituzioni e le ambizioni, talora sfrenate, degli uomini.