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La crisi e i giochi squallidi e dannosi dei nostri politici

Opinionista: 

La conversazione telefonica tra Clemente Mastella e Carlo Calenda ha fatto scoppiare un putiferio. Il secondo ha dato notizia del rinato attivismo del sindaco sannita, vecchio arnese delle retrovie democristiane, più volte ministro della gloriosa seconda Repubblica; il primo l’ha, a sua volta, accusato di squallore umano per rivelazioni tacciate di falsità. In sostanza, Calenda – aspirante alla candidatura a sindaco di Roma – ha accusato il sindaco di Benevento d’avergli proposto, in cambio dell’appoggio al governo di Giuseppe Conte, il sostegno del Pd nella sua avventura capitolina: pare che Calenda possa contare su d’un senatore di riferimento, merce di questi tempi ricercatissima. Vero o falso che sia – io inclino per l’affermativa – il fatto che si producano di simili storie dà il segno di quanto si stia consumando in questi giorni. Un febbrile attivismo per reclutare truppe di “costruttori”, così oggi si chiamano, per sostenere in vita il pericolante governo Conte, e proseguire così nelle disavventure del Paese. Un po’ tutti i più anelanti laticlavi sono chiamati – con molta insistenza e non poche blandizie – a dar sostegno all’Esecutivo ormai privo del puntello renziano. Anche se nemmeno questo è ancor detto, perché più segnali si lanciano da Italia Viva (mezzo morta), nella direzione d’una ricomposizione della vecchia coalizione. Ora, entrare nei particolari di queste negoziazioni potrebbe essere materia d’interesse per quello che oggi si chiama gossip politico. Ma in realtà, non è nemmeno di grande valore seguirne i particolari, perché è storia già vissuta, essendo cambiato solo il nome della cosa, non la cosa in sé. Quelli che un tempo si nominavano “responsabili”, son oggi detti “costruttori”, sulla sponda, che si sarebbe preferito non ci fosse stata, del discorso pronunciato a fine d’anno dal Presidente della Repubblica. E se in Italia s’è spesso pensato che mutando i nomi si cambi la sostanza (“seconda Repubblica” docet), purtroppo la vita non va propriamente così. La realtà resta squallida – a questo proposito Mastella ha ragione – e per di più molto grave in questo momento. Sarebbe bene ricordare che i governi andrebbero formati intorno a responsabilizzanti e condivisi programmi, presentati in Parlamento dopo averli concordati con le forze politiche, economiche e sociali, per guadagnarvi una fiducia, che poi dovrebbe far da vincolo per l’Esecutivo che l’incassa. Ora, questo Governo, se così lo si può ancora chiamare – io lo definirei un’improbabile accolta, tenuta a malapena in piedi da mancanza d’altro e gola di gestione – aveva ottenuto la fiducia con una certa coalizione politica; questa coalizione politica non c’è più (almeno fino ad ora, poi chissà), dunque la correttezza costituzionale avrebbe voluto se ne prendesse atto – magari anche in Parlamento – e si presentassero doverose dimissioni al Capo dello Stato, permettendo la formazione di un nuovo Gabinetto, con un proprio programma e soprattutto con propri, aggiornati – c’è stata appena una pandemia di mezzo – impegni da mantenere. Invece, cosa si sta svolgendo? Che in questa alacre fine di settimana una serie di procacciatori di senatori si mettano in audace battuta per trovare, con ogni mezzo voti – dato che l’eletto fine di mantenere in sella Conte, Di Maio, Bonafede e compagnia giustifica ovviamente ogni cosa – voti che permettano d’ottenere la fiducia nella cosiddetta Camera Alta. Ma fiducia su cosa? Boh. Dato che un nuovo programma di Governo non sarà presentato, probabilmente deve ritenersi che i senatori di specie mutante ricorderanno quello declamato lo scorso anno, quando non lo votarono; e quelli che lo voteranno oggi, sempre probabilmente, avranno maturato il convincimento che il loro voto contrario di ieri sia stato frutto d’un abbaglio dei sensi da rivedere sull’onda della limpida azione del Gabinetto Conte. L’altrettanto sagace Clemente Mastella ha ricordato però di non essere un fesso – promemoria davvero superfluo, dato che nessuno l’ha mai ascritto alla categoria – cosicché fiducia sì, ma non di certo senza contropartita. Insomma, un tale miscuglio da potersi consumare solo in Italia, sotto gli occhi sempre più inorriditi ed increduli di chi dovrebbe dispensarci un bel mucchio di miliardi. Quello che lo scenario ci offre, è purtroppo un quadro di completa irresponsabilità da parte di chi è chiamato alla guida del Paese in uno dei momenti suoi più gravi, quando si leggono profondi segni di scollamento e disordine incombente: pare che i Prefetti abbiano dovuto minacciare i ristoratori del ritiro della licenza – non so quanto legittimamente – per distoglierli dal proposito della protesta civile contro la chiusura dei loro locali. Non è un bel vedere. In un tale contesto di diffusa disperazione, i nostri politici – non forse questo il sostantivo più appropriato – pensano ancora e sempre, solo a lotte intestine, ad equilibri all’interno dei loro partiti, al far fuori questo o quest’altro. Tenere in piedi il Governo presieduto dal re travicello ha una storia politica ben rodata: un qualcuno di cui – a torto o a ragione – si ritiene di potersi liberare alla bisogna e dunque un tale che non fa crescer nulla, ma tiene in stallo il sistema in attesa di momenti migliori per la resa dei conti. Ma sono giochi ancora una volta, squallidi e dannosi, inconcepibili in momenti di grave crisi, quand’è necessaria la decisione immediata, la fermezza nelle scelte, la totale abnegazione per l’interesse superiore della salvezza pubblica. Il serio, se di serietà è serio parlare, è che questi elementari concetti, nemmeno sono intravisti da chi dovrebbe sentirsi letteralmente schiacciato dal peso della responsabilità ed invece s’atteggia come giocasse una partita di poker. Svago, ben si sa, non di rado causa di miseria per uomini e famiglie.