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La destra conservatrice nella svolta meloniana

Opinionista: 

Governa. È questo il punto. In Europa i partiti di destra non sono mai stati così forti come in questi ultimi anni. Tuttavia, per ragioni diverse, quasi mai riescono a guidare gli Esecutivi. Ecco, la destra italiana rappresenta invece da questo punto di vista una felice eccezione, resa possibile soprattutto grazie al modello nato dal progetto politico targato Berlusconi-Tatarella, che a trent’anni di distanza continua a funzionare. Anche a dispetto delle divisioni che attraversano la maggioranza. Giorgia Meloni, al netto di una classe dirigente in parte inadeguata e ancora da costruire, ha ormai acquisito un’autorevolezza indiscutibile. La sua è una destra liberalconservatrice, pienamente atlantista e occidentale senza tentennamenti: capitalismo e libero mercato, valorizzazione della proprietà privata, libertà, crescita anziché assistenzialismo sono i capisaldi di una destra saldamente ancorata nella realtà. La si può pensare come si vuole, ma è indubbio che la premier guidi una formazione che tiene insieme i valori della tradizione europea con i princìpi della sovranità nazionale; la necessità storica dell’Ue con la consapevolezza che lo Stato nazionale resta la garanzia primaria dell’ordine civile; la difesa della civiltà europea con il dialogo interculturale; il liberalismo con il conservatorismo e il riformismo. È vero, Meloni ha cambiato diverse sue posizioni, ma il fatto notevole risiede esattamente in questo: l’aver abbandonato le tentazioni anti-euro e ancorato saldamente la destra nel campo conservatore. Sarebbe il caso che anche a sinistra ne prendessero atto e se ne facessero una ragione. Tutti coloro che ancora accusano Fdi di essere un partito sostanzialmente neofascista, incapace di diventare «una destra come si deve», tradiscono la segreta speranza di avere una destra come vorrebbe la sinistra. Cioè inservibile per il Governo. Proprio come accade in tante parti d’Europa. La destra italiana pone oggi con forza la questione dell’opposizione al disarmo strategico dell’Occidente, ed è pronta a battersi contro la cultura della resa che rappresenta il substrato dell’ideologia della cancellazione dell’identità culturale europea. Dunque i conservatori difendono l’Europa, non vogliono affossarla. Alla luce di questa svolta, la vera novità delle prossime Europee sarebbe che questa destra avesse i numeri per governare assieme al Partito popolare europeo. Soltanto in questo modo si potrebbero gettare le basi per produrre un vero cambiamento, correggendo l’indirizzo politico accelerato dalle istituzioni di Bruxelles negli ultimi anni, con gli Stati nazionali considerati poco più che entità amministrative. Salvo poi consegnargli il potere di veto, in una contraddizione insanabile che rende l’Unione di fatto ingovernabile. È questo cambiamento che temono coloro che vedono come il fumo negli occhi un possibile accordo tra Popolari e conservatori. Tra questi figura Matteo Renzi, le cui tardive bordate contro Ursula von der Leyen rivelano l’opposizione a questo disegno di Renew Europe, il gruppo politico cui fa capo Italia viva e dietro il quale si staglia l’ombra di Emmanuel Macron. Come dire: ricordatevi che nessuno può fare il presidente della Commissione Ue senza il sì della Francia. Un altro tabù che potrebbe essere infranto dagli elettori a giugno. Dietro quelle che per ora appaiono solo schermaglie, si cela il nuovo scontro che potrebbe aprirsi tra Italia e Francia se Meloni dovesse centrare l’obiettivo di determinare con i voti dei conservatori l’elezione del capo dell’Esecutivo di Bruxelles. Gli organismi internazionali, abusando del loro potere di delega, minacciano l’indipendenza dei popoli e gli Stati nazionali, segando così il ramo sul quale sono seduti. Al contrario, l’Ue ha bisogno di trovare un nuovo equilibrio con le Nazioni che la compongono e una rinnovata legittimazione. Solo così potrà acquisire capacità decisionale e sfuggire ad un futuro di declino per inerzia. Con buona pace dei francesi e dei loro proconsoli italiani.