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La fandonia dell’Iva rifugio degli incapaci

Opinionista: 

La misura è colma. Il Governo dica a che gioco sta giocando. Aumenteremo di altri 20 miliardi il debito pubblico e per raccogliere quei soldi dovremo rivolgerci al mercato, pagando un bel po’ d’interessi. Eppure, ci sono circa 55 miliardi deliberati con i 3 decreti antiCovid non ancora spesi, cui se ne aggiungono almeno altri 30 stanziati negli anni scorsi, disponibili ma bloccati per i motivi più disparati. Questo giornale aveva suggerito di raccogliere quelle risorse e riprogrammarle subito per salvare il nostro sistema imprenditoriale, il tessuto produttivo e distributivo di una Nazione che in autunno rischierà grosso. Ma il premier ha preferito 10 giorni a Villa Pamphili - con annessa conferenza stampa quotidiana in favore di tg - al termine dei quali ha partorito l’ideona di una riduzione dell’Iva «temporanea» e «parziale». Una costosa trovata propagandistica che serve solo a comprare altro tempo. Perché lo capisce anche uno studente al primo anno di economia che in questo momento l’ultimo problema dell’Italia è l’Iva. Con l’inflazione quasi a zero perché non si consuma, la preoccupazione è l’acquisto, non il potere d’acquisto. Si pensi piuttosto a riaccendere la produzione. Siamo giunti al paradosso che a tante aziende converrebbe restare chiuse e tenere i dipendenti in Cassa integrazione, più che aprire ed aumentare le perdite. È a questo punto che siamo: a palazzo Chigi lo sanno? Al ministero dell’Economia lo sanno? Se pensano che il problema attuale dell’Italia sia l’Iva, temiamo di no. Inoltre, parlare proprio ora di ridurre l’Imposta sul valore aggiunto, nel pieno di una dura trattativa europea per decidere sugli aiuti all’Italia, significa inviare a Bruxelles un messaggio pericolosissimo: che vogliamo utilizzare quei denari per ridurre le tasse. Cosa che ovviamente è impossibile, perché l’Ue chiede di usare i fondi per piani d’investimento aggiuntivi e con meccanismi di controllo molto stretti. Noi, invece, stiamo dando l’impressione ai nostri partner europei di essere pronti a sperperare le risorse che eventualmente dovessero arrivare. Insomma, il segnale inviato è stato pessimo. Il ministro dell’Economia bolla come pessimistiche le stime del Fondo monetario che parlano di una caduta mostruosa del nostro Pil, ma dimentica che quelle previsioni si nutrono anche di decreti firmati proprio da lui che attendono ancora 104 provvedimenti attuativi. Ripetiamo: il problema non è l’Iva, ma il crollo di consumi, investimenti e redditi. È lì che bisogna intervenire. Conte e la sua maggioranza continuano ad eccellere nel gioco del cerino, sperando che l’Europa ci tiri fuori dai guai. È una pia illusione. Non solo perché i fondi promessi non arriveranno prima del 2021 e saranno erogati in 7 anni, ma anche perché nessuna delle riforme necessarie per avere accesso a quelle risorse è stata ancora messa in cantiere. Occorrerebbe dare un segnale all’Europa e al mondo che stavolta facciamo sul serio, ad esempio anticipando ad agosto la legge di Bilancio. Invece il Governo fa l’opposto: lancia messaggi contraddittori e posticipa il piano di rilancio a settembre. Pazzesco. La verità è che l’Esecutivo è convinto che in autunno la ripresa del commercio internazionale e della domanda estera contribuiranno alla ripartenza; che alla fine ce la caveremo tutto sommato con qualche ammaccatura. Premesso che lo speriamo tutti, un Governo ha il dovere di valutare la situazione alla luce della realtà dei numeri. Questa, purtroppo, oggi proietta un altro film: la grande depressione. E non puoi affrontarla con strumenti che già in tempo di pace mostravano la corda. Servono soluzioni legislative da tempo di guerra. Si raccolgano manu militari tutte le risorse non spese e si impieghino subito per tagliare davvero le tasse, rilanciare il lavoro e finanziare le riforme necessarie. A settembre sarà tardi.