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La inconcepibile azione disciplinare per 10 giudici

Opinionista: 

È forse il caso di continuare a parlare della nostra Magistratura. Non foss’altro perché, mentre molti altri argomenti passeranno, Covid compreso si spera, questa nostra plaga rimarrà fino a quando qualcuno non si prenderà il compito di modificarne alcune caratteristiche, e farlo radicalmente. Ottima, l’ultima trovata. Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi – già vice Presidente dell’Anm di cui Palamara è stato Presidente, già membro del Csm ed esponente di rilievo della Magistratura Democratica, germano dell’ex senatore Pd Cesare Salvi e successore del dimissionario Riccardo Fuzio – ha deciso niente di meno che d’esercitare l’azione disciplinare nei confronti di ben dieci giudici. Che sarebbero stati da lui individuati come i potenziali colpevoli dei malestri magistratuali. Insomma, del deplorevole ambiente posto in luce dalle indagini sul Palamara, in dieci sarebbero i veri responsabili. Bisogna dire: davvero diabolici. Da notare: l’azione disciplinare s’è ben guardato dall’attivarla l’ineffabile ministro Bonafede: problema non suo, a quel che pare, ma da lasciare tutto nelle mani interne della Magistratura medesima, che così bene s’è amministrata. Ora, anche un giuristello alle prime armi sa che l’azione disciplinare ha una precipua funzione: quella di riallineare al quadro valoriale esistente in un certo ambiente cetuale, i pochi reprobi che per avventura ne dovessero deviare, lasciandosi scoprire. È un rimedio “interno”, che serve a mantenere ordine e gerarchie in un contesto lavorativo organizzato. Cosa c’entri un’azione disciplinare con quel che abbiamo visto succedere in Magistratura?, vallo a capire. Nulla, direi. Se c’è un quadro valoriale che lì prevale, è la corsa spregiudicata ai posti di comando – Procura Generale della Corte di Cassazione compresa – per vincere la quale molti dei nostri Giudici e PM han mostrato d’essere pronti a tutto, pure a metter sottogamba la propria dignità. Anche perché le cariche importanti, par di capire, procurano privilegi grandi e piccoli. Per dire: sistemazione d’adorati figliuoli, ambite ospitalità alberghiere, non disdegnati biglietti gratuiti per assistere alle ambite partite del giuoco del pallone da riservati e distintivi spalti, corredati da accoglienze talora degne d’un sultano. È un fenomeno all’evidenza con carattere di sistematicità: organizzata per correnti, la Magistratura si riproduce per correnti; e le correnti la fan da padrone nel “parlamentino”, nel quale siede, oggi di diritto, ieri per elezione, il Procuratore Generale Giovanni Salvi. Ora, un procedimento disciplinare attivato e gestito dalla medesima Magistratura che ha fornito sì fulgida prova del proprio essere, a che serve? Se devo giudicare dalla funzione che generalmente svolgono i procedimenti disciplinari, rispondo: a ristabilire l’ordine. Ma qual è l’ordine vigente nella Magistratura? In che modo colà si comanda e si fanno e disfanno le proprie ed altrui carriere? Non credo sia necessario ancor oggi rispondere a simile retorico quesito. Un procedimento disciplinare, dunque, non solo è inutile ma, a quel che posso dirne, dannoso: perché può lasciar intendere significati assai inquietanti. L’ordine è, appunto, internamente ristabilito. Ma in vantaggio di chi? Bah. Cosa, invece – da un serio Paese – ci si sarebbe attesi? Evidentissimo: l’istituzione d’una Commissione parlamentare d’inchiesta, una Commissione cioè creata dall’organo per costituzione depositario della sovranità popolare, che è il fondamento di tutta la baracca: elegantemente si definisce “architettura costituzionale”, ma non necessariamente l’eleganza è il modo più adatto all’espressione. Ne va infatti non della Magistratura, bensì della credibilità dello Stato, dato che lo Stato si manifesta ai cittadini soprattutto attraverso il diritto ed i giudici sono quelli che prestano la penna al diritto per operare: realisticamente, sono i veri creatori del diritto. Questo si dovrebbe fare, non per punire, che non serve a un bel nulla e sarebbe forsanche ingiusto: ché, anzi, si dovrebbe assicurare l’impunità, in modo si sappia bene come le cose siano per davvero andate. E poi, forti di dati formalmente acquisiti e soppesati, passare alla radicalità delle riforme. Non ai ridicoli palliativi della modifica nei modi d’elezione del Csm, propugnata dall’afasico ministro della Giustizia. Come non si sapesse che gl’interessi deviati – se non si va alla radice del loro sviare – continuano stabilmente a riproporsi, in nuovi camaleontici modi d’adattamento, un po’ come i virus, per rimanere attuali. Ed allora come mai non si pensa alla Commissione d’inchiesta? Semplice: non esiste un Parlamento che sia all’altezza dei propri compiti. Basti dire: in questi giorni di gravissimo disagio sociale, quando ci sono categorie intere di persone che fino a ieri erano indipendenti ed oggi non hanno di che nutrirsi, il Senato della Repubblica – la Camera Alta, quella dei più saggi – ha ben pensato di mettere a ruolo la causa degli ex laticlavi che rivendicano la restituzione a pieno dei loro vitalizi – giustamente o meno – da tutti ora considerati meri privilegi di casta. E la Commissione contenziosa (giudice di autodichia, ossia che giudica sui fatti propri) gli ha dato pure ragione. Giudice, la Commissione, per parte cospicua nominato dalla Presidente del Senato medesimo, Maria Elisabetta Alberti Casellati, costei già componente del Csm e più volte in quella qualità incontrata nelle pagine delle intercettazioni Palamara, ed anche già ricorrente innanzi alla Commissione contenziosa qualche anno fa per ottenere in suo vantaggio il ristabilimento del proprio vitalizio mentre era componente non gratuita del Csm. Ci chiediamo ancora perché mai il Parlamento non istituisce una Commissione d’inchiesta sul funzionamento della Magistratura negli ultimi decenni (non era così, fino a quarant’anni fa)? Beh, rispondere è un gioco da ragazzi: la Politica non c’è più, ha perso ogni spessore, consistenza, dignità come luogo di costruzione ed affermazione dei valori identitari e comunitari. Essa pensa, ciecamente, al solo interesse proprio personale. Non c’è più nulla da fare? Temo proprio che – con i nostri strumenti istituzionali – il discorso possa dirsi ormai chiuso.