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La leva da azionare per far ripartire il Pil

Opinionista: 

Amadeus. Forse doveva provarci lui. Chissà. Magari se avesse letto un comunicato dal palco del Festival di Sanremo, alla Banca centrale europea si sarebbero dati una mossa. Visto che finanche il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, sembra predicare nel deserto quando auspica una riduzione immediata dei tassi d’interesse. Una manovra quanto mai urgente, come confermano le asfittiche stime del Pil appena diffuse. In questa giostra, dove ormai propaganda e spettacolo si confondono e si scambiano i ruoli di continuo in un unico talk show a reti unificate h24, si stenta a trovare traccia della politica. Quella che si sporca le mani con le cose da fare è soverchiata dal rumore degli slogan, dall’aria emessa dai demagoghi, dal frastuono dell’ultima provocazione per fare un po’ di audience. Mentre tutto ciò accade però, i problemi s’incancreniscono. Primo fra tutti, appunto, quello della bassa crescita. Se la Bce non si sbrigherà al più presto a ridurre i tassi, saranno guai. La corsa a perdifiato del costo del denaro ha prodotto nel 2023 il crollo dei prestiti alle nostre imprese e famiglie al ritmo di oltre 3 miliardi al mese. Contemporaneamente sono salite di oltre il 16% le sofferenze nette degli istituti di credito, a testimoniare che è sempre più difficile far fronte agli impegni finanziari. Nello stesso periodo, però, i primi cinque gruppi bancari hanno portato a casa profitti per oltre 20 miliardi. Ora, se anche Antonio Patuelli, il presidente dell’Associazione che rappresenta le banche che proprio grazie agli alti tassi hanno fatto utili eccezionali, chiede a gran voce che la Bce dia al più presto «un segnale» d’inversione della politica monetaria, vuol dire che la situazione è davvero seria. Il punto, come già più volte evidenziato da queste colonne, è che non si può perdere altro tempo. Per carità, la Bce è autonoma, ma a questo punto un passo formale dell’Esecutivo nei confronti della Commissione europea non potrebbe essere considerato come lesa maestà. Magari coinvolgendo altri governi per un’iniziativa congiunta, visto che il permanere di questa politica restrittiva non sta facendo male solo all’Italia, ma anche a molti altri, a cominciare dalla Francia. Si potrebbe trovare una formula neutra: ad esempio si potrebbe domandare alla Commissione quali azioni intenda adottare per sostenere gli sforzi della Bce per promuovere la ripresa economica. Sarebbe un modo per porre il problema sul tavolo, segnalare che la misura è colma e costringere la politica a prendere posizione. Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti: le previsioni di crescita sono state tutte riviste al ribasso. È sconcertante che il problema non occupi un posto centrale nel dibattito pubblico. Anche perché abbiamo un problema sull’industria manifatturiera: la produzione industriale è diminuita del 2,1% nonostante un piccolo rimbalzo a dicembre, mentre la domanda interna resta debole, cui si aggiunge la ricaduta delle follie verdi che è già evidente sulla filiera dell’automotive. Il divario di costi tra auto elettriche europee e cinesi è dell’ordine del 40%: è un abisso che nessun incentivo, per quanto generoso, è in grado di colmare. Dunque, o l’Europa decide di tornare sui suoi passi, o ridurre i costi e chiudere gli stabilimenti diventerà la regola. La crisi di Mirafiori e le minacce profferite da Stellantis di tagliare posti di lavoro a Pomigliano promettono di essere solo l’antipasto di ciò che potrebbe accadere. Anche se imprese e famiglie nel loro insieme stanno dimostrando una notevole capacità di reagire e di evitare la recessione, sono i conti italiani a non lasciare spazi per rilanciare una crescita tornata allo zero virgola. Basti pensare che per trovare appena 220 milioni da destinare agli agricoltori, i soldi sono stati tolti dal fondo per l’attuazione della delega fiscale. Cioè quello per ridurre le imposte. In questo quadro il taglio dei tassi è una delle poche leve a disposizione per spingere il Pil. Va azionata al più presto.