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È la realtà delle cose ad imporsi a Napoli, lacerando impietosamente il manto delle mistificanti narrazioni, imbastite con continuità da chi vorrebbe presentare altri numeri, altre storie. La città è purtroppo in uno stato di degrado profondo, per sua natura difficilmente reversibile, rispetto a cui gli interventi dovrebbero essere molteplici, coordinati e convergenti, alimentati da serie risorse gestite in maniera sagace da mani nette e menti elevate. L’episodio della scorsa settimana all’ospedale Pellegrini di Napoli è stato un fatto eclatante sì, ma non più che una testimonianza dell’ardimento cui è giunta la criminalità partenopea, nella propria lotta per il controllo del territorio cittadino. Una criminalità che praticamente, non riconosce alcun limite al perseguimento dei propri obiettivi di potere ed agisce senza freno e senza nemmeno il timore d’innescare reazioni forti da parte dei tutori dell’ordine. Semplicemente perché il solo ordine al quale crede, è quello che essa stessa s’impone nelle lotte tra le varie famiglie che si dividono le risorse prodotte dall’illecito. Il Capo della Polizia Franco Gabrielli, in dichiarazioni rese a commento del gravissimo episodio di giovedì sera, ha affermato che episodi del genere sono, come dire, conseguenze non volute dell’azione di contrasto svolta dalle forze dell’ordine, che avrebbero disarticolato il potere delle grandi consorterie camorristiche, lasciando il campo ai più piccoli aggregati criminali, liberi d’agire senza il controllo che quell’ordine illegale bene o male in precedenza garantiva. È una vecchia interpretazione, che peraltro vedo confermata anche dal fatto che l’attuale Questore di Napoli, Antonio De Iesu, nonostante quanto sta accadendo, ha ottenuto la promozione a Prefetto ed è stato nominato vice Capo della Polizia. Insomma, quanto più la città soffre lo spadroneggiare delle bande, tanto meglio deve ritenersi che stiano operando i tutori dell’ordine. Sinceramente ho i miei dubbi che le cose stiano in questi termini. A me pare che i continui episodi delinquenziali, quelli più gravi, ma anche quelli della quotidiana prassi, dimostrino qualcosa di diverso: che le bande nostrane non temono più la reazione dello stato, che l’attività di prevenzione e quella di repressione non è in alcun modo un disincentivo a delinquere. Che, in sostanza, le motivazioni del crimine, associate a mentalità che del tutto ignorano cosa voglia dire vita socializzata in un’organizzata comunità, sono enormemente più forti di qualsiasi altra ragione nell’indirizzare le condotte di costoro. E questo significa, non tanto che l’azione di contrasto ha disarticolato il sistema d’ordine assicurato dalle nuove e vecchie famiglie criminali, ma che le giovani leve del crimine vivono in contesti nei quali modelli alternativi di rappresentazione dell’esistenza semplicemente non ci sono. Gli orizzonti valoriali – espressione forse eccessiva per designare ciò di cui stiamo parlando – ai quali s’ispirano le condotte di costoro sono evidentemente privi di alternative. Questi piccoli o grandi delinquenti non hanno mai conosciuto la possibilità d’improntare le proprie condotte a qualcosa di diverso da ciò che fanno. In realtà, l’assenza pressoché totale d’istruzione scolastica, la formazione all’interno di ambienti familiari anch’essi del tutto corrivi ai loro stili di vita, il sostanziale abbandono da parte dello Stato ad ogni pretesa educativa ed il conseguente sentirsi estranei alla società civile, fanno sì che costoro non solo non avvertano il senso della legge e della violazione, ma che anzi si sentano massimamente realizzati nell’agire nel completo disprezzo dell’altro, ricercando il raggiungimento dei loro biechi fini senza alcun giudizio di comparazione con altri valori che rispetto ad esso per avventura si contrapponessero. Essi non vedono nemmeno l’altro, non intendono affatto che esiste un’esistenza umana che possa soffrire per le loro condotte. Sono, in altri termini, completamente asociali; anzi, per essere più precisi, l’unica società che conoscono è quella del più efferato crimine. Allora, non c’è da meravigliarsi che il Questore di Napoli venga promosso; a lui ed alle forze dell’ordine può davvero imputarsi assai poco, perché la questione è evidentemente al di fuori della loro portata, è una questione ormai culturale, in quanto attiene alle radici valoriali che orientano il comportamento di questi delinquenti efferati, e sono radici che si alimentano ad un humus profondo, pieno di risorse, sostenuto dalla vasta estensione di consensi che lo contornano e che producono e riproducono sempre nuovi esemplari, sempre più fortificati nelle loro strutture mentali, del tutto incapaci di distinguere il bene dal male. E forse, per come hanno vissuto e vivono, sono anche giustificati.