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La sfiducia sempre crescente nei confronti delle istituzioni

Opinionista: 

Dal 1974 ad oggi, da quando cioè si svolse il primo referendum abrogativo sul divorzio, in Italia si sono tenute ben 72 consultazioni referendarie e per ben 33 volte non è stato raggiunto il quorum necessario che la Costituzione fissa in almeno il 50%, per essere valido. Un enorme spreco di denaro pubblico che, specie in questi giorni, è un danno enorme e ingiustificato. All’indomani dello svolgimento dei referendum sulla giustizia voluti da Lega e Radicali, che ha registrato un flop storico con una affluenza del 20,9%, ci si interroga sulla validità di questo strumento per rispondere ad esigenze importanti e fondamentali per la vita del nostro paese. La giustizia in Italia ha sicuramente bisogno di una riforma che possa garantire i cittadini di fronte alla legge e che possa superare tutte le storture che lo scandalo esploso intorno all’ex presidente dell’associazione nazionale magistrati Luca Palamara ha posto in evidenza in tutta la sua gravità. L’aspetto sul quale vale però la pena di riflettere riguarda la possibilità di poter creare quelle condizioni di un leale rapporto, così come delineato in Costituzione, di collaborazione tra diversi poteri dello Stato attraverso uno strumento che per la sua natura abrogativa ha dei limiti evidenti a risolvere questioni così importanti. Del resto, i padri costituenti nel 1947, riuniti nella II Sottocommissione per discutere sulla necessità di formulare una proposta idonea per salvaguardare le minoranze e per far partecipare di più il popolo alle faccende dello Stato, sentirono l’esigenza di porre dei limiti restrittivi all’istituto referendario per evitare che lo stesso potesse trasformarsi in un’arma per eventuali soluzioni plebiscitarie autoritarie. Il frequente ricorso al referendum in questi anni ha evidenziato un bisogno di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini che, però, allo stesso tempo non riesce ad essere soddisfatto dall’istituto referendario come previsto dall’articolo 75 proprio per i limiti che abbiamo detto. La distanza tra il paese legale e quello reale si vede anche dalla circostanza che sempre più frequentemente non si riesce più a raggiungere il quorum che, lo ricordo, sancisce o meno la validità dell’esito del voto. Infatti, così come è accaduto domenica, per quanto il sì possa vincere, se la maggioranza degli aventi diritto non partecipa alla consultazione tutto è inutile e l’enorme spreco di denaro pubblico impegnato per lo svolgimento degli stessi diventa, specie in questi giorni, un danno enorme e ingiustificato. Nel passato abbiamo avuto, però, anche il caso in cui anche con il raggiungimento del quorum e la vittoria dei si il parlamento si è regolato in maniera diversa. L’esempio forse più calzante è il referendum del 1993 per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, di fatto, poi, reintrodotto lo stesso anno dal parlamento sotto forma di rimborso elettorale. Al raggiungimento del quorum è legato anche un aspetto economico che non tutti conoscono e cioè che solo in questo caso scattano i rimborsi da parte dello stato per i comitati promotori. In pratica ai comitati promotori, nel caso di quesito dichiarato ammissibile e quorum raggiunto, viene riconosciuto un rimborso pari a un euro per ogni firma valida raccolta. Il ricorso al referendum, comunque, a mio avviso rappresenta sempre per il Parlamento una sconfitta netta, la rappresentazione plastica di una politica che non riesce a trovare le giuste soluzioni ai problemi del paese e che fa ricadere sui cittadini l’onere di intervenire. Se così è, allora, varrebbe la pena di dare la possibilità all’iniziativa popolare di indire referendum propositivi o d’indirizzo, con i quali poter approvare i principi e i criteri direttivi di norme di legge da introdurre nell’ordinamento purché non in contrasto con la Costituzione. Oggi è possibile proporre un progetto di legge d’iniziativa popolare che poi, se sottoscritta almeno da 50mila elettori, seguirà nei due rami del parlamento lo stesso iter dei P.d.l. proposti da deputati e senatori, ma quello a cui penso è un procedimento ancora più forte. Prevedere l'introduzione di una fattispecie di iniziativa legislativa popolare sul quale chiamare al voto i cittadini per l’approvazione. Resta però il nodo fondamentale legato ad una sfiducia sempre crescente da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Una distanza che deve essere colmata o con il recupero della loro funzione da parte dei partiti o attraverso l’acquisizione da parte dei cittadini della consapevolezza sull’importanza del loro ruolo per costruire costruire una società migliore e più giusta, sviluppando una reale coscienza civica.