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La triste milonga del numero nove

Opinionista: 

Non amo scrivere di calcio, amo parlarne come i milioni di tecnici in pectore transumanti sul suolo italiano, transumanti appunto come un folto gregge di pecore belanti pur di raggiungere verdi pascoli, ma il “caso Higuaìn”, approdato perfino tra gli scanni inutili del nostro Parlamento, merita delle considerazioni che esulano dalla materia meramente sportiva. Infatti, inondando in maniera vergognosa le colonne della carta stampata e i salotti mediatici, ha consentito per l'ennesima volta, un alibi sociologico e geopolitico da sciorinare all'occorrenza, con tutti i risentimenti e luoghi comuni noti dal 1860 ad oggi, alcuni a favore, ma per lo più contro questa Napoli e questo meridione che non la smettono mai di piangersi addosso. E, si badi bene, i commenti a favore sono stati solo per un caso unico e fortuito, perché la spocchiosa Fiat-Juventus, a parte le magre che raccoglie da anni in Europa, sul suolo patrio incomincia a diventare odiosa e a stare sulle scatole ad una platea nazionale ben più numerosa di quella partenopea! Higuaìn ha sbagliato, ha reagito con l'istinto passionale del tanghéro argentino - non tànghero, attenzione, come il leghista Buonanno - privato dell’abbraccio della sua compagna, del suo amore, e ritrovatosi solitario a ballare i passi dolenti della partita della vita, dove un amore infinito stava per sciogliersi in abbandono e in un addio del sogno; ha sbagliato perché non ha saputo ammonire con uno sferzante rimprovero chi o coloro che stavano assistendo inerti, abulici e distratti alla fine triste del ballo, come semplici spettatori, non con la sua passione furente messa sul prato dopo una traversata transoceanica di 22mila chilometri, perciò ha cantato il suo dolore e la sua rabbia impotente nel ritmo errato, perchè, abbraccio a parte, sul campo friulano del giudice Tosel, si consumava la triste, umana solitudine del numero 9, mentre Sarri continua a non comprendere che “essere di sinistra” nel calcio delle multinazionali e dei potentati economici, ti crea soltanto aspettative deludenti. Allora, bastano gli errori evidenti di un approccio contro una squadra “nemica ed ostica” per tradizione, come l'Udinese, pronta ad andare in scena nella partita della vita, con un allenatore talmente acculturato sulle tecniche di strategia calcistica sarriana, da poterne fare oggetto di una tesi di laurea, e l'assenza ingiustificata di un Insigne spento, di un Hamsik non pervenuto, di un Jorginho spaesato e di una difesa beniteziana che ha riproposto le stesse crisi d'ansia per il semplice motivo di aver avvertito la presenza in porta di un atleta fuori schema e metodo collaudati? Bastano i continui richiami ad orari sfalsati, dimenticando che la “pressione nervosa” c'è solo perché la squadra che gioca prima continua a vincere? Obiettivamente, no. Perché ad Udine, si è consumato l'atto di un’ultima cena, dove il dessert è stato offerto da un arbitro che aveva servito un lauto primo a Torino ed un succulento secondo a Bologna, abilmente camuffatosi in un insignificante benpensante a Roma, contro la Lazio di un Lotito già fuori gioco, e quindi non più pericoloso ed autorevole. Avete mai ballato il tango? Avete mai avuto il privilegio di assistere alla sua rappresentazione nei quartieri popolari di Buenos Aires? Lo consiglio come una terapia catartica, come una immersione nella cultura dell'anima, dell'amore, del dolore e della spiritualità, niente del banale erotismo di maniera. È la storia di un’esistenza tormentata, passionale e intima che avviluppa l'uomo e il suo amore infinito, al di là di qualsiasi interesse materiale: è la storia di un altro argentino a Napoli, di Gonzalo Higuaìn, della sua sensibilità schiva, timida, ma totale ed erompente, che nonostante tutto, e in completa solitudine, tenta di ballare la sua triste milonga con la squadra a cui ha dedicato tutte le sue energie... un giorno, all'improvviso. “.. e, mi avrai, verde milonga, che sei stata scritta per me... io sono qui, sono venuto a suonare, sono venuto ad amare, e di nascosto a danzare...”, scrive Paolo Conte.