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La truffa mediatica della buona morte

Opinionista: 

Mia figlia Celeste, alunna di prima media, mi ha interrogato sulla parola "eutanasia" e la differenza con il suicidio, dopo aver letto di Noa Pothoven, colpita dal fatto che sia stata la stessa giovane olandese a chiederla. Mi ha investito di una responsabilità immanente come un macigno, ho dovuto difendermi cercando una risposta asettica, sapendo però che non mi avrebbe evitato un ulteriore, minato approfondimento sul tema. Così è stato. Come si fa a riempire la testa di chi affronta i primi dubbi adolescenziali, con una "dissertazione" psicopedagogica, destinata, comunque la si affronti, a lasciare interrogativi irrisolti, spiegazioni non esaustive su un "dramma" di tale portata? La parola ha un'etimologia greca antica, da "euthanasia" a sua volta derivata da "eu" bene e "thanatos" morte, tradotta nell'accezione quotidiana come la "buona morte", spesso veniva associata come viatico filosofico per edulcorare un suicidio. Socrate beve la cicuta, circondato dai suoi discepoli, attende la morte, invitandoli a non piangere, ammonendo che se "conosci te stesso" non puoi fare a meno di "sapere di non sapere". Celeste, con il suo semplice paradigma critico, ha concluso: "Allora Noa si è suicidata" e mi ha lasciato interdetto. Mio malgrado, mi sono sentito, in minimissima parte, ingranaggio di quella funesta, truffaldina macchina mediatica che continua ad estremizzare con artificiosi lemmi politici, sociali e bioetici, uno dei temi più laceranti e divisivi sul piano ideologico. Una scelta intima, inalienabile, attinente alla coscienza unica dell'essere pensante, perciò non codificabile o soggetta a leggi di stato. D'altronde, l'inadeguatezza legislativa sul suicidio è costante. Sentiamo giudizi etici e condanne per salvare la morale corrente, ma il suicida viene "punito", credente o no, negando la sepoltura in terra consacrata, mentre "l'omicidio di se stesso" non contempla, per ironia, una condanna da parte del tribunale laico, se compiuto in solitudine e se non si prova l'istigazione o la presenza di "terzi" in tale gesto. Oggi, con le nostre leggi, i discepoli testimoni del suicidio di Socrate sarebbero stati tutti condannati! In un'Europa ancora lontana da un'equità strutturale, etica ed economica, che non riconosce un'unica matrice religiosa, attraversata dalla dicotomia atavica fra simbolismi celtici o vichinghi e la concezione cristiana "missionaria" ad ogni costo, con tanto di scismi, riforme e controriforme, il concetto del libero arbitrio dell'uomo è un altro alibi politico per alimentare un conflitto laico-religioso. Nella moderna, esemplare, aperta Olanda, si compiono reati come nel resto d'Europa, c'è una disarticolazione dell'anima del nucleo familiare, che porta a "delegare" allo Stato la formazione culturale e l'educazione civica dei giovani, come nel resto d'Europa. L'amore, a qualsiasi titolo, viene sempre più spesso manipolato, mistificato dalla violenza, nell'esaltazione "machista" della sopraffazione, del possesso, che dilaga nella civile Europa e miete migliaia di giovani vite. Allargando il concetto del libero arbitrio, anche a casi "border line", come per chi decide di mettere fine ad uno stato vegetativo, ad una "morte vivente", alla quotidianità inerme dei familiari, e peggio, legiferando sull'assurdo "requisito" di un'età adolescenziale, certifichiamo di fatto la sconfitta, il buio abissale in cui la nostra società sta precipitando. Nel caso di Noa, sembra ancora più evidente tale frustrazione, se si esplora il suo cammino doloroso attraverso inutili farmaci, sedute psicoanalitiche e ricoveri in cliniche con terapie contraddittorie. È possibile che in un sistema sanitario così "avanzato" nessuno abbia capito qualcosa, nessuno abbia saputo aiutare Noa e la sua famiglia distrutta, cercando la "chiave" giusta per scardinare l'effetto devastante di uno stupro subìto a 14 anni? Noa ha tentato disperatamente di vivere, di combattere, prima di chiedere l'eutanasia al tribunale dell'Aja. Nessuno deve o vuole morire a 17 anni, anche se colpito da un evento così brutale! Rimettiamo al centro del nostro cosmo l'essere umano, senza condizionamenti religiosi o illuministici. Il mistero della vita e della morte merita ben altro rispetto che questa farsesca diatriba mediatica.