Accessibilità:
-A A +A
Print Friendly, PDF & Email

Le aggregazioni saranno ridotte ai minimi termini

Opinionista: 

Mentre il neosindaco Gaetano Manfredi in trasferta a Roma per gli ultimi sprazzi di campagna elettorale subisce il sinistro furto del proprio pc sottratto alla sua auto durante la sua fugace apparizione in piazza del Popolo a sostegno del candidato primo cittadino per la Capitale Roberto Manfredi, a Napoli vanno in atto prove di trasformazione in istituzione della variegata formazione che ha condotto al suo successo elettorale. E sì, perché da una parte c’è il bel numero di undici liste riuscite a condurre nel civico consesso almeno un eletto; dall’altra c’è l’esigenza di concentrare in gestibili ed organizzati gruppi, coloro i quali dovranno costituire la coalizione capace d’assicurare nel consiglio comunale la maggioranza che dovrà votare i principali provvedimenti della nuova Giunta, dando ad essa stabilità ed orizzonte politico. La differenza tra un disaggregato composto d’aspiranti all’elezione nell’assemblea cittadina ed una maggioranza in grado di assicurare il governo amministrativo di una metropoli di circa un milione d’abitanti intorno alla quale ne gravitano almeno tre volte tanto, è quella che passa tra una competizione di aspiranti ad un palio, peraltro non governata da regole troppo stringenti, ed un’istituzione (il consiglio comunale) in cui si sarebbe chiamati a convergere nel superiore obiettivo di concorrere tutti – e tra i tutti, ci sarebbero anche le minoranze – nel perseguimento dei superiori interessi della comunità che si è chiamati ad amministrare. Non è una facile convergenza. Non a caso, il regolamento del consiglio comunale, proprio al fine di favorire questa transizione dall’informe della competizione politica al conformato di un’istituzione amministrativa limitata da regole ed obiettivi, ha stabilito che le forze politiche che hanno portato a casa eletti tra i loro candidati possano costituire un gruppo all’interno dell’assemblea, sempre che siano in grado d’aggregare almeno tre consiglieri. Il senso del limite è in questo: i gruppi consiliari sono il coagulo politico minimale che fa degli eletti il primo nucleo istituzionale. In altri termini, ciò che trapassa dalla fluidità dell’istanza politica, al più stabilizzato composto istituzionale. Sono essi, i gruppi, che riunendosi nella conferenza dei capigruppo, stabiliscono l’agenda del consiglio comunale; sono essi che, in sostanza, governano la vita dell’assemblea cittadina e, indirettamente, incidono non trascurabilmente nella vita del comune. Sono essi, inoltre, che ottengono e distribuiscono le risorse del consiglio comunale; sono essi, infine, che attraverso il proprio capogruppo, sempre che si riconoscano effettivamente in lui, concordano con il sindaco e con l’esecutivo cittadino le scelte di fondo alle quali si conformerà l’azione amministrativa della città. Ora, il quadro che si presenta all’osservatore esterno – a quello cioè che non si muove tra i giochi della politica per addetti ai lavori – non è certo tra i più confortanti. Quel processo di istituzionalizzazione della politica – di affinamento della disarticolata istanza della base, affinché sia armonizzata in più maneggiabili aspirazioni, gestibili all’interno delle istituzioni – dovrebbe già iniziare al momento in cui si costruisce la proposta politica all’elettorato: per dirla facile, quando si definiscono le liste elettorali, queste non dovrebbero superare un numero decente, perché è già nella fase del voto che deve cominciare la scrematura del caos degli egoismi e degli opportunismi perché possa poi essere trasformato in apprezzabile azione amministrativa: a ciò dovrebbero badare i partiti. Questo, evidentemente, non è avvenuto, se è vero che con l’ex Rettore si sono candidate ben tredici liste e ben undici hanno portato in porto loro creature, insomma consiglieri. Cosicché, a parte tre liste – PD, M5S e pro Manfredi – tutte le altre non sono state in grado di raggiungere il traguardo dei tre eletti e dovranno trovare il modo d’assemblarsi: però, non intorno a vedute comuni – ché, se così fosse stato, si sarebbero presentate già insieme all’elettorato – ma intorno al ben differente interesse di formare gruppi di pressione sull’amministrazione della città. Pressioni della più varia e meno ostensibile natura, come lunga storia insegna. Io prevedo che le aggregazioni saranno ridotte al minimo, nel senso che saranno formati gruppuscoli da tre consiglieri, in modo che ciascuno conti di più e di più abbiano a disposizione risorse ad esse riservate: ovviamente, tutto ciò nulla ha da vedere con le esigenze – notoriamente accentratrici – dell’amministrazione, ma risponde alla ben differente esigenza di perpetuare all’interno dell’istituzione amministrativa le logiche opportunistiche e distortamente competitive della non certo più qualificata lotta politica. Una testimonianza non proprio trascurabile di questa non felice realtà, si ci vien recata dalle cronache, per quanto credibili possano essere, dei retroscena politici che si starebbero confrontando intorno alla formazione della nuova giunta. Giacché la norma di sbarramento dei tre consiglieri per formare un gruppo all’interno del civico consesso risulta alquanto strettina in considerazione della ben più frastagliata geopolitica partenopea, si dev’esser pensato di correre ai ripari, rimediando sul lato della giunta. E si va dicendo che nel Sinedrio cittadino avrebbero titolo a vedere assisi rispettivi Sacerdoti, quelle formazioni politiche forti d’almeno due consiglieri. Sarebbero dunque risarciti del torto loro inferto dal rigoroso regolamento consiliare. Non proprio un ottimo inizio per una città che di risarcimenti di ben differente natura avrebbe davvero bisogno. Ma questi sono solo aurorali segnali e non sempre il buon tempo si vede dal mattino, come insegna il proverbio. Stiamo a vedere.