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Le degenerazioni del “politicamente corretto”

Opinionista: 

Avremo un Conte ter? È questa la soluzione per uscire dalla crisi che attanaglia il paese? La decisione del presidente del Consiglio di rassegnare le dimissioni Da tempo a questa parte pare di notare che i successori del movimento del politically correct abbiano corretto il tiro e spostato il fulcro dei loro sforzi dalle consuetudini linguistiche, per cui si originò tale movimento, alle tradizioni e al libero pensiero. Sempre più numerosi, infatti, sono i tentativi di stigmatizzare l’utilizzo di determinati vocaboli con l’intento di eliderli dal linguaggio corrente e non più modificarne unicamente la terminologia senza mutarne il significato intrinseco. Emblematico, ad esempio, può considerarsi il caso dell’obbligo di indicazione (senza disporre di alternative) di “genitore 1” e “genitore 2” sui documenti personali dei minori di anni quattordici in luogo di “padre” e “madre”, indicazione questa che, giusto per essere puntigliosi, appare essa stessa discriminatoria anche tra genitori di egual sesso in quanto, se non una differenza di genere, impone quella gerarchica fondata sul dato numerico. Questo esempio, però, oggetto di dispute politiche spesso inconsistenti e addirittura allegoriche più che di dibattito sinceramente culturale, diviene il nulla quando l’azione di taluni fautori del “politicamente corretto” assume le forme del tentativo di vera e propria censura e invade il campo letterario ed artistico (finanche musicale), storico, culturale, sociale e religioso, di un intero popolo. Ecco allora che certe istanze di omogeneizzazione e di parità celano vere e proprie forme di imposizione di dogmatismi ed il pensiero comune, soggetto a svariate forme di restrizione nel corso del tempo, ne risente in termini di diffusività e, quindi, di libertà. Queste azioni si manifestano spesso con fare subdolo e cinico, con l’ostentazione della diversità che non mira a pareggiare i diritti tra i consociati ma ad esaltare e imporre quelli di chi ostenta, sino a creare tabù, ritrosia nella esposizione, interdizione, insomma, dell’altrui pensiero. Si pensi alla manifestazione della propria cristianità che, seppure esternata in forme usuali e tradizionali e quindi rispettose delle altre confessioni, deve essere circoscritta in quanto risulta addirittura offensiva nei confronti di chi esprime un diverso credo religioso seppure più radicale; oppure a talune minoranze etniche che, puntando a consolidare la presenza su di un territorio, ne impongono il mutamento radicale, sociale ed economico, in nome di un presunto multiculturalismo che mira, invece, a un nuovo monoculturalismo. Le azioni che dovrebbero essere tese al riconoscimento di (sacrosanta) parità tra gli individui divengono, pertanto, veri assalti (propinati spesso senza scrupoli) alla libertà di espressione mediante incisive campagne mediatiche tese alla criminalizzazione di ciò che è insito per tradizione culturale, sociale o religiosa di una comunità e alla soppressione della libera manifestazione del pensiero, asservendo al pubblico ludibrio chiunque osi dedurre o evidenziare incongruenze tra “il dire e il fare” dei presunti “politicamente corretti”. Le conseguenze? Le presunte vittime diventano veri carnefici; i presunti carnefici, veri schiavi degli oligarchi catechizzatori del nuovo millennio.