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L’Essere e il Percepire da Platone ad Heidegger

Opinionista: 

Il tema della fragilità consapevole sembra percorrere tutta la modernità, come a dire che il processo della conoscenza parte dalla consapevolezza dell’evanescenza dell’essere, o meglio di quell’essente che è definibile individuo. L’invito di Socrate a procedere nella consapevolezza del “non sapere” e nella consapevolezza del sé già indica quell’incamminarsi della ricerca filosofica verso il problema dell’io, nocciolo duro e fragile, al tempo stesso punto di snodo tra l’Essere, gli enti e gli essenti. Prima di Socrate l’io sembra non consistere nella cosmologia del Tutto, quasi una particella oscura dentro la lotta degli opposti che dal caos fanno emergere la composizione del Cosmo. In Eraclito, ad esempio, l’infinitezza dell’anima sembra coincidere con l’idea di un’anima universale estesa ed inconoscibile nei suoi confini, non v’è traccia della finitezza cognitiva dell’io, del suo rapporto con i sensi, con la percezione infine. Potremmo quasi parlare di un universo immanente ed avvolgente, così come il fuoco è forza, luce, calore, principio primo ed ultimo, anima del mondo. Potremmo, semplificando, dire che i presocratici non operano alcuna distinzione tra il territorio della Fisica e della Metafisica, considerando gli elementi tutti quali manifestazioni e composti dell’Essere. Pertanto non è approssimativo dire che è con Socrate e poi con Platone che l’io consapevole (più o meno fragile) si affaccia sul territorio gnoseologico innescando il percorso dei gradi percettivi dell’essere umano. Innanzitutto è errato pensare ad una sorta di progressione verso un sapere più completo o, come dire, più “avanzato”; ma non v’è dubbio che il procedere nelle aggregazioni umane verso una forma/stato regolata da leggi che, in qualche modo, comincia a distanziare l’uomo dal contatto diretto con la natura, finisca per proporre quale inevitabile l’attenzione e la centralità dell’io. In buona sostanza l’indagine sull’Essere e gli enti finisce per misurarsi con la socialità, con le sue forme di rappresentazione religiosa e, non ultimo, col problema della scienza e dello sviluppo tecnologico. In altre parole siamo agli albori di ciò che chiamiamo “modernità”. Del resto Platone, tanto ne La repubblica quanto nel Fedro e nel Fedone, affida ai sensi il traghettamento del processo percettivo e dei suoi materiali verso l’anima che li rielabora in una sorta di stato di mezzo tra la condizione razionale e l’intuizione del sovrasensibile; quanto ciò governi i modelli di aggregazione nella “forma Stato” e nel suo sviluppo ideale lo leggiamo in particolare ne La repubblica, nei cui libri si va dipanando l’intreccio fra la forma stato, la religione e tutti i tentativi dell’uomo di rappresentare nelle sue espressioni l’intuizione dell’Essere, in particolare l’arte, vista da Platone come un territorio scivoloso ed ambiguo. La musica, come sarà poi per Schopenhauer, fa eccezione in quanto sottratta a quello che Roland Barthes chiama il decoupage dello sguardo, servitù percettiva cui, invece, sono sottoposte tutte le altre forme di rappresentazione. E dunque la mimesis è per sua natura solo pallida rappresentazione dell’Essere, a meno che l’arte stessa non “sia ispirata dalle Muse” (Ione, 533e). Sarebbe complessa e non da affrontare, in questa sede, la componente “orfica” del pensiero platonico, ma non si può non sottolineare quanto questo modello venga riassunto dal Surrealismo novecentesco con il tema della “scrittura automatica”, ispirata, appunto. Qui nasce l’equivoco, perdurante nei secoli di riflessione sul filosofo ateniese, circa il cosiddetto “dualismo” platonico nel misurare l’incommensurabilità tra il mondo sensibile e il mondo delle “idee”. In realtà, come già si è accennato, Platone registra, con un’intuizione geniale, la fragilità cognitiva dell’io, il suo essere continuamente sottoposto all’inganno sensoriale, in particolare alla trappola del “senso comune”, vero nodo che distanzia dalla conoscenza della verità: trappola, appunto, della modernità. Vediamo, in questo, il concetto de “I molti”, I polloi, come vengono definiti nel Critone: costruttori, appunto, di quel senso comune che finisce per movimentare e produrre l’opinione collettiva della vita sociale. Il filosofo ne fugge, anche a costo della vita, come accade a Socrate. Vien fatto di pensare allo Spleen de Paris di Charles Baudelaire e al suo concetto di “folla”: l’onda lunga della modernità e delle sue contraddizioni o, meglio, limiti: la “folla”, i “molti”, tutte definizioni che attengono alla socialità della vita urbana, veri muri di gomma per il cammino del pensiero cognitivo. Sarebbe semplice, ora, sostenere che per Platone gli enti sono solo pallida rappresentazione dell’essere; ma il punto è - e il discorso sull’arte lo dimostra - che in questa pallida copia si muove l’io, artigiano del mondo, dove agisce per leggi e consuetudini, senza riuscire ad accedere all’essere, alla sua essenza. E qui si torna al tema della fragilità, della consapevolezza della “bolla” consapevole d’essere tale, ma, come dirà nei suoi “Pensèe” Blaise Pascàl, si tratta di una bolla “pensante”, anche se il filosofo francese adopererà la metafora della canna esposta al vento. Il socratico “Conosci te stesso” ed il processo dubitativo della maieutica sono gli strumenti che ha da adoperare la “bolla pensante” per superare lo scoglio fallace degli enti ed accedere alla conoscenza dell’essere. Di qui il classico mito della caverna dove, appunto, gli “incatenati” subiscono l’inganno della mimesis. Ma quella che per Platone è l’asperità del percorso gnoseologico verrà di contro assunta, da Martin Heidegger, ad esempio, come una “duale” incommensurabilità tra gli enti, gli essenti e l’essere cui risponderà con il suo Sein und mit Sein, “Essere ed Essere con”, con i concetti di “Essere ed Abitare”, dove è nel mondo sensibile e solo nel mondo sensibile che si consuma la partita dell’essere. Posizione che ha contribuito non poco a connotare, nelle elaborazioni filosofiche occidentali, il pensiero platonico come fondato sul “dualismo”; né è servita la “mediazione” di Plotino che sana la “ferita” dualistica con l’Essere che tracima per pienezza di sé permeando il mondo sensibile. Ma quel che non è chiaro ad Heidegger è che Platone, sull’onda socratica, sottolinea l’asperità del percorso di conoscenza non negando affatto la connessione tra gli enti, gli essenti e l’Essere. Qui è la modernità geniale di Platone, l’umiltà di un pensiero umano altissimo, consapevole della precarietà dell’uomo che, tuttavia, non rinuncia alla ricerca inesausta della verità. Potremmo definire, quello di Platone, un atteggiamento “scientifico” che, ad ogni passo, appunto, sposta in avanti il confine della conoscenza. E’ questo il senso ultimo del Mito della Caverna.