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L’Europa, una sovrastruttura che suscita poche simpatie

Opinionista: 

Mentre scrivo questo articolo non so quale sarà il dato finale dell’affluenza alle urne. Certo è che c’è molta preoccupazione per un forte tasso di disinteresse, soprattutto nel Mezzogiorno. Un po’ potrebbe aiutare la concomitante competizione per il rinnovo di molti Comuni, che porterà al voto un buon numero di persone, in virtù dei più stretti interessi che legano il cittadino alle elezioni locali. Ma presumibilmente i numeri non saranno espressione di vitale passione politica. In vari si sono avventurati in spiegazioni storiche per motivare la scarsa attenzione al voto – non solo europeo, per vero – nelle regioni meridionali. Azzardando anche analisi abbastanza discutibili, ma è sempre così quando s’invoca il giudizio storico, che è incerto per sua natura, capace più di ricostruire fatti puntuali che d’offrire interpretazioni generali obiettive. Le ragioni per le quali nella storia si verificano grandi movimenti, si costituiscono orizzonti valoriali, si formano personalità individuali e caratteri collettivi sono sempre molteplici, mai univoche, mai soprattutto riconducibili a leggi solide come quelle fisiche, a dispetto di diffuse concezioni (prevalentemente ottocentesche) che sintetizzavano il sapere storico come scire per causas, conoscere indagando sulle cause degli eventi. Certo, non può negarsi che la storia del Mezzogiorno d’Italia abbia sue proprie e distinte peculiarità, e non di quelle che dispongano il suo popolo ad un’elevata confidenza nei confronti del potere pubblico e delle istituzioni in genere. Da quando l’Unità è stata realizzata attraverso operazioni per così dire militari – non per adesioni scaturite da esigenze comuni ed accomunanti, come ad esempio avvenne per la confederazione americana – le ragioni per dubitare che nello Stivale esista un interesse condiviso per l’intero territorio nazionale sono tante e sarebbe anche stucchevole ripeterle: anzi, sono troppe. Ed il cittadino comune non è normalmente un sagace osservatore che approfondisca i problemi, li sottoponga a severa analisi, pervenendo a rigorose conclusioni logiche. Esercita piuttosto il giudizio di sintesi, non preceduto da consapute analisi – anche perché gli mancherebbero dati a portata di mano per compierle. Secondo le esperienze che vive, si forma un concetto. A contribuire alle sue conclusioni è quanto vede attendendo un mezzo di trasporto pubblico alla fermata; osservando lo stato manutentivo delle strade, quando le attraversa; rilevando il trattamento che gli viene riservato, se disgraziatamente ha la ventura d’affacciarsi in un presidio sanitario, per sé o accompagnando un proprio caro; apprezzando le condizioni d’un edificio scolastico, magari frequentato da un proprio rampollo; misurando i tempi che s’investono per ottenere una risposta di giustizia, a tacer della sua accuratezza. E via così dicendo. Ora, in queste come in ben altre e più gravi vicende, il volto dello Stato, quello che ha modo di conoscere, nel Mezzogiorno non è proprio tra i più affidabili. Non si ha qui da noi esattamente l’impressione che esso sia al servizio dei cittadini e che questi possano confidare in lui. Le ragioni di tale diffusa sensazione sono molte, ma non è qui il caso d’indagare, troppo lunga geremiade dovrebbe principiarsi. Il risultato è questo, però. In simili condizioni, c’è da chiedersi per quali serie ragioni il cittadino meridionale tipo dovrebbe sentirsi motivato a deporre la sua scheda in elezioni europee. Non certo queste ragioni ha potuto trarle dal discorso elettorale. In linea di massima, esso s’è svolto intorno a personalismi di vario genere: Meloni versus Schlein, Salvini contro Tajani, più in piccolo, Renzi in dissidio con Calenda, e poco altro. Chessò, qualche scivolone del Generale, qualche infelice uscita del Lollobrigida, qualche avvincente previsione sul sorpasso di Forza Italia nei riguardi della Lega. Oltre, ovviamente, alle retoriche sovran-nazionaliste, cui s’oppongono illuminate ideazioni di società senza stato. A mancare, inutile dirlo, perché è così da sempre, messaggi forti, comprensibili e chiari, su quel che l’Europa potrebbe fare o non fare, su quel che le forze politiche, al di là della genericità più greve, si propongono di realizzare od impedire, sull’impianto delle relazioni tra gli Stati e l’istituzione, sulle possibili politiche sociali da promuovere. Io ho l’impressione che la gran parte dell’elettorato non abbia semplicemente idea di cosa si tratti. E dunque al voto chi è andato? A parte i soggetti più vicini ai candidati, a qualche provveduto elettore, io penso che il grosso del voto lo offrirà una ben sospinta clientela, nota alle cronache ed alle indagini che generalmente quattro cinque anni dopo il voto sono in grado di documentare autentiche compravendite. A me sembra che quella delle elezioni europee sia una veramente vuota ritualità democratica, che di democratico nulla ha di genuino, se è vero che in una democrazia, perché il voto abbia significato, esso deve essere espressione di avvertito sentire, almeno per un’ampia fetta degli elettori. Ho scritto sentire, non pensiero acutamente critico, perché non è ciò che si richiede. Si richiede qualcosa di diverso, che l’elettore si presenti motivato dalle proprie idee al seggio, idee che ha maturato non necessariamente in piena consapevolezza, ma che abbia maturato. E questo non è il caso che si dà per un’entità lontana ed estranea, da sempre strumentalizzata ad uso interno, il cui significato è ignoto ai più e che mai ha avuto presa nel sentimento dei popoli che ad essa si riferiscono. Insomma, più che un’articolazione democratica, l’Europa è rimasta, ancora dopo circa un settantennio dalla sua nascita, una sovrastruttura che suscita poche simpatie e nessuna passione politica, addetti ai lavori a parte. E questo, per il futuro dell’istituzione, è tutt’altro che una buona cosa.