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L’ex giudice Bellomo è vittima e carnefice

Opinionista: 

Molto si discute in questi giorni di riforma della giustizia. Sarebbe un bene, se chi se ne interessa avesse vago sentore di ciò di cui si tratta. Ne dubito. Narrano le cronache, sempre in questi giorni, che la settimana scorsa un assai avvertito Tribunale del Riesame si sia reso conto che gli arresti domiciliari somministrati al già consigliere di Stato e giudice ordinario Francesco Bellomo – sospettato d’importunare alcune sue ingenue discepole che liberamente l’hanno pagato perché dispensasse il suo (dubbio) sapere, conseguendo in buona percentuale la sospirata cattedra d’un Tribunale – che quegli arresti fossero un tantino esagerati ad, appena, due anni e più dalle contestate condotte. Ed allora, l’illuminato giudice del Riesame, emulo dell’insegnamento di Beccaria, ha ritenuto di affibbiare al suddetto importunatore la misura dell’interdizione temporanea dall’esercizio di “attività imprenditoriali o professionali di direzione scientifica e docenza, interdicendogli in tutto le attività ad esse inerenti”. Premetto che dell’ex magistrato amministrativo ed ordinario Bellomo non ho mai avuto grande considerazione; avendone letto, per certe ragioni che non sto qui a dire, alcune perle di pensiero, me ne son fatto un’idea secondo cui il giudizio su di lui deve essere articolato attraverso spettri concettuali che con il diritto e la competenza giuridica poco hanno da condividere. Detto ciò, a me sembra che la giurisdizione italiana abbia superato il segno. E Francesco Bellomo – non so se ne sia consapevole – sia vittima e carnefice. L’ex consigliere di Stato ed ex pm che, se non erro, si vantava d’ottenere a suo tempo non so quale alta percentuale di accoglimento delle sue requisitorie da parte dei tribunali innanzi ai quali esercitava l’azione penale, aveva allestito una delle più feconde officine di produzione di giudici. Dunque, ha contribuito in modo non marginale a formare quelle mentalità che ora gli hanno interdetto l’insegnamento, per suoi supposti malestri, ai danni di aspiranti signore giudici, che oggi peraltro sono lì ad esercitare la giurisdizione nonostante il turbamento subito. La vita, talora, anzi spesso e volentieri, manifesta il suo essere tragico, durante il percorso, prima che la tragedia finale si verifichi. Epperò, sino ad oggi, non avevo ancora sentito che si potesse impedire a qualcuno d’insegnare, se liberamente richiesto, non da poveri subornati insufficienti, bensì da aspiranti a divenire niente di meno che quei magistrati che poi possono interdire l’insegnamento. Dovrebbe esserci un limite. Nel titolo II della parte I della nostra vanamente sbandierata Costituzione, fa bella mostra di sé una disposizione – l’art. 33 – secondo la quale “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. È un valore di libertà, massimo, dinanzi al quale, magistrati non allevati alla scolastica del dr. Bellomo – e di tanti altri, più meno fortunati formatori di giusdicenti – dovrebbero semplicemente inchinarsi. La civiltà occidentale si distinse per riconoscere il valore delle idee, e per il sol fatto d’esser tali. Non si può vietare d’esprimerle. Altrimenti si va verso l’integralismo. Che è altra forma di civiltà. Ma i nostri giudici queste cose non mi pare le avvertano, temo anche grazie all’insegnamento di Bellomo, che ne subisce tragicamente le conseguenze. Basti guardare alla formulazione di quella decisione. Per poter vietare al docente privato – perché tale è il dr. Bellomo – la possibilità d’insegnare (e di guadagnarsi il pane per vivere) il Tribunale del Riesame ha qualificato la sua attività di libero docente come “attività imprenditoriale o professionale, interdicendogli in tutto le attività ad esse inerenti” dato che altrimenti non avrebbe avuto modo di costiparla nella fattispecie di cui all’art. 290 del codice di procedura penale, che consente al giudice di impedire attività professionali o imprenditoriali. Ma le “attività ad esso inerenti” non sono altro che libero insegnamento. E questo è davvero intollerabile, ai sensi dell’articolo 33 della Costituzione, aggiungo, riparandomi dietro le forme giuridiche. Naturalmente io non sto sostenendo che quanto ha affermato il Tribunale del Riesame sia privo di senno. Sto solo affermando che è il frutto d’un senno puramente burocratico, libresco, autoritario, scarsamente sensibile ai valori della libertà. Da docente dovrei gioire del fatto che al dr. Bellomo non sia consentito di produrre altri magistrati di tale formazione culturale. Da cittadino, no. Da cittadino son portato a prediligere l’articolo 32 della Costituzione che rende libero l’insegnamento. Da vecchio professore universitario – sottolineo il vecchio – ricordo che non ho mai dovuto prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica. Proprio perché l’insegnamento è atto di libertà ed una Repubblica che si rispetti – e dunque abbia seria considerazione di sé – rispetta la libertà del libero insegnamento. Le persone che si rivolgono a Bellomo, non vi sono costrette da alcuno e chiedono di apprendere da lui. Lui ha successo nel formare leve di giudici. Questo è tutto. Cosa c’entra la giustizia penale in tutto ciò? Quale spazio ha l’interdizione? Credo si dovrebbe chiederlo al consigliere Bellomo, che ha concorso a produrre ciò e che vedeva accolte dai giudici gran copia delle sue requisitorie. Ma il tragico risvolto nulla toglie al problema della riforma della giurisdizione, che è questione seria, affidata al ministro Bonafede.