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Lo stadio San Paolo, un primato napoletano

Opinionista: 

Come unico progettista ancora vivente dello stadio San Paolo potrei adire la Magistratura per fare rispettare la legge sulla paternità dell’opera allo scopo di ottenere lo smontaggio della gabbia di ferro della inutile copertura che l’avvolge e stravolge dai Mondiali 90 e di impedire che venga ulteriormente manomesso dagli interventi di restyling proposti dal patron del Napoli Aurelio De Laurentiis. Un’operazione di restyling che, incapsulandolo in un guscio hig-tech e imbottendolo di ristoranti, discoteche, centri commerciali, pizzerie e fastfood farebbe scomparire per sempre dal panorama architettonico cittadino il bellissimo stadio inaugurato nel dicembre 1959 come “Stadio del Sole”, poi intitolato a San Paolo perché a Fuorigrotta subì il martirio. Il primo martirio. Il secondo lo ha subito nel 1990. Ma non ho più l’età per i processi che durano a lungo. Perciò ricorro ai Manifesti in difesa dello stadio firmati da molti amici autorevoli. Tra questi il Soprintendente Stefano Gizzi e il vice Ugo Carughi che intendono inserirlo tra i beni contemplati dal Decreto Legge n° 42 del 22 gennaio 2004 una volta smontata la oscena gabbia di ferro trattandosi di “un’opera che può essere messa in relazione con la migliore produzione architettonica italiana e internazionale per la essenzialità della concezione che coniuga felicemente gli aspetti strutturali e quelli espressivi in una sintesi assoluta”. Spero di convincere il sindaco Luigi de Magistris e il patron del Napoli Aurelio De Laurentiis col ricordo di un fatto che ignorano e che è noto solo a quelli della mia generazione. Il Napoli è la prima squadra di calcio europea, probabilmente del mondo, ad essersi dotata di uno stadio di sua proprietà. Giocava nello stadio comunale del “Littorio” costruito nel 1922 al Vomero, che negli anni 30 si rivelò inadeguato alle ambizioni della squadra che militava nella seria A. E nel 1934 il presidente della Ssc Napoli Giorgio Ascarelli decise di costruire all’Arenaccia un nuovo stadio, che per bellezza e grandiosità competeva con i più prestigiosi stadi italiani ed europei dell’epoca. Lo costruì anche per ospitare una partita dei Mondiali di calcio assegnati quell’anno all’Italia fascista (due anni dopo le Olimpiadi si svolsero nella Germania nazista ), e che la Nazionale di Vittorio Pozzo vinse per la prima volta. Le squadre di calcio europee e sudamericane che giocano in stadi di loro proprietà sono venute molti anni dopo. Il Santiago Benabeu del Real Madrid, il Vicente Calderon dell’ Atletico Madrid e Il Camp Nou del Barcellona in Spagna, l’Allianz Arena del Bayern Monaco, l’Imtech Arena dell’Amburgo e il Rhein Energie Stadion del Colonia in Germania, l’Old Trafford del Manchester United, lo Stamford Brighe del Chealse, l’Old Trafford del Manchester United, il Maine Road del Manchesetr City, l’ Higbury dell’Arsenal, il White Hart Lane del Tottenham in Inghilterra, il Libertadores de America dell’Independiente, il Josè Armando del Boca Juniors, il Vespucio Liberti del River Plate e l’Estadio Pedro Bidegain del San Lorenzo, la squadra del cuore di Papa Francesco, a Buenos Ayres. E tantissimi altri che non cito per esigenze di spazio. In Italia la Juventus ha costruito il suo J-Stadium e hanno intenzione di realizzare il proprio stadio la Roma, il Milan, l’Inter la Fiorentina. Alla luce di questo primato non si capisce per quale misteriosa ragione la Società Sportiva Calcio Napoli non debba costruire uno stadio di sua proprietà. E nella città metropolitana, dove risiede la maggioranza dei tifosi che riempiono il San Paolo. Alla luce di questi fatti e, soprattutto, del primato napoletano appare del tutto insensata oltre che oltraggiosa l’ostinazione nel volere manomettere il San Paolo con un intervento di restyling (il terzo “martirio”) che cancellerebbe definitivamente dal panorama cittadino una esemplare opera di architettura moderna, giudicata “tra le più belle del mondo” da Pier Luigi Nervi. Mi auguro che prima di lasciare Palazzo San Giacomo il dottor Luigi de Magistris decida di riportare lo stadio allo splendore del suo primo giorno.