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Maschile e femminile nel giornalismo

Opinionista: 

Mi riprometto di annotare tutti gli strafalcioni che ogni giorno i giornalisti televisivi ci propinano per fare un libricino dal titolo “Lo stupidario”. Si ostinano a parlare “del ministro delle Riforme” del governo Renzi pur trattandosi di una donna, tra l’altro molto bella, e non della ministra Maria Elena Boschi, come esige la grammatica. E hanno parlato per settimane “del sindaco di Quarto” e non “della sindaca” al punto che la stessa signora Rosa Capuozzo ha annunciato in una conferenza stampa “Mi dimetto da sindaco”. Convinta anche lei che quando si viene eletta alla carica di primo cittadino si cessa di essere donna per diventare uomo. Da non credere! E continuano a scrivere “il deputato Rosy Bindi, presidente della commissione antimafia”. Ignari di commettere una gaffe di cattivo gusto. Però gli stessi giornalisti dicono la Cancelliera Angela Merkel, la senatrice Anna Finocchiaro, la presidente Laura Boldrini, la scrittrice Dacia Maraini, la giornalista Lilli Gruber e dicono, correttamente, la dottoressa, la pittrice, la scultrice, l’attrice, la professoressa, la ricercatrice, la poliziotta e così via quando si riferiscono a una donna. Chissà perché sono convinti che le cariche di sindaco, di ministro e di deputato non debbano essere anche di genere femminile. 2) Quando parlano dei terroristi di AlQaeda e dell’Isis che si fanno saltare in aria per compiere stragi di vittime innocenti usano la parola “kamikaze”. E non sanno che dicono una sesquipedale stupidaggine. Kamikaze è una parola giapponese, di solito tradotta come vento divino (kami significa "divinità" e kaze sta per "vento”), che viene data a un leggendario tifone che si dice abbia salvato il paese del Sol Levante da una flotta di invasione mongola nel 1281. In Giappone la parola "kamikaze" venne usata non più per riferirsi a questo tifone ma agli attacchi suicidi eseguiti dai piloti nipponici su aerei carichi di esplosivo contro le navi americane verso la fine della seconda guerra mondiale. Perciò usare questo termine per i feroci criminali dell’Isis e di al Qaeda mi pare scorretto oltre che offensivo per gli eroici piloti giapponesi. Per questi fanatici, bastardi, spietati seguaci dell’Islam si fanno saltare in aria per provocare la morte di centinaia di innocenti, che si fanno saltare in aria per provocare la morte di centinaia di innocenti, bisogna usare la parola icastica: “terroristi”. 3) La parola “clan”, in gaelico scozzese, significa "progenie, discendenti". Ogni “clan” era un grande gruppo di persone, teoricamente una famiglia estesa, presumibilmente tutti discendenti da un unico progenitore e tutti legati da un patto di fedeltà al capo del clan. Nel corso del tempo, con il continuo mutamento dei confini del clan, con l'emigrazione e con i cambi di regime, cominciarono a essere formati da persone non imparentate tra loro e che portavano cognomi differenti. Sean Connery, scozzese, appartiene a un clan prestigioso, elevato alla dignità nobiliare dalla regina Elisabetta. E si arrabbierebbe molto se venisse a sapere che i giornalisti italiani usano la parola “clan” quando parlano di mafia, di camorra e di ‘ndrangheta invece di usare il termine corretto di “cosca”. Quello usato, per esempio, da Leonardo Sciascia. 4) Infine, il Tav. È l’acronimo di “ treno ad alta velocità” e bisogna parlarne e scriverne con l’articolo maschile perché si riferisce al treno e non alla velocità. Ciò nondimeno non c’è giornalista che non dica “la Tav”. Una stupidaggine che, per la verità, commettono anche molti politici, molti magistrati e molti scrittori. Il primo a dire “la Tav” è stato Romano Prodi. E, trattandosi di un presidente del Consiglio, colto e intelligente, è stato seguito da un gregge di pecore. Anche in Francia ci sono i treni ad alta velocità. Ma non ci sono i “no- Tav”. Li chiamano Tgv, acronimo di “train grande vitesse”. E lo citano con l’articolo maschile “le” e non col femminile “la”. Sono più intelligenti? Sì.