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Per Matteo Salvini scegliere non è facile

Opinionista: 

La politica, come la vita del resto, vive di paradossi; s'alimenta, cioè, di contraddizioni, in evidente contrasto con la logica comune. Così la vittoria di Matteo Salvini nelle recenti elezioni europee, netta, incontrovertibile e perentoria, rischia di rivelarsi, per assurdo che possa apparire, un elemento vedi debolezza più che di forza. La grande incongruenza che determina questo stato di cose nasce, soprattutto, dallo scontro tra due realtà, ovvero tra due diverse maggioranze: quella che, sulla base dei risultati delle elezioni politiche del marzo dello scorso anno, definisce gli equilibri parlamentari è quella che scaturisce dalle più recenti consultazioni (come, appunto, il voto europeo. Nella prima maggioranza sono dominanti i cinquestelle, nella seconda la Lega. Non v'è dubbio che, in virtù di questo vero e proprio ribaltone, la Lega sia oggi, nel paese, la forza politica preponderante. E, certo, la tentazione di andare al più presto alle urne per conquistare la maggioranza a Montecitorio e a Palazzo Madama, è forte, fortissima. Ma Salvini si muove con i piedi di piombo. Eccolo, allora, sostenere con forza la permanenza di Luigi Di Maio alla guida dei cinquestelle. Non c'è bisogno della zingara per capire perché lo fa. Non certo per solidarietà nei confronti del suo omologo alla vice presidenza del Consiglio, ma perché Di Maio alla guida dei pentastellati è per lui doppiamente utile: da un lato perché ritiene - è come dargli torto? - che con il buon Di Maio alla loro testa, continuare ad erodere voti ai cinquestelle, sarà per la Lega un gioco da ragazzi; dall'altra perché ad un alleato privo di forza contrattuale e sottoposto alla permanente minaccia di elezioni anticipate, la Lega potrà facilmente imporre la propria volontà. Ma per il leader della Lega è forte la tentazione di rompere gli indugi e approfittare del momento favorevole per andare al voto. Finora i sondaggi non lo hanno tradito e, allo stato attuale, Salvini e la sua alleata prediletta, Giorgia Meloni, potrebbero superare quella fatidica soglia del 40 per cento che consentirebbe loro di governare liberandoli dall'abbraccio di Silvio Berlusconi e della sua Forza Italia, sempre più declinante e decisamente ingombranti. Da qualche tempo a questa parte, l'elettorato italiano che per decenni aveva privilegiato la stabilità è apparso, invece, estremamente mobile. I casi del Pd di Matteo Renzi e dei cinquestelle che, in breve tempo - sia pure per motivi diversi - hanno visto precipitare i loro consensi, sono, al riguardo, quantomai emblematici. Salvini è politico troppo esperto e scaltro per non rendersi conto che, prima o poi, anche gli attuali successi potrebbero rivelarsi più effimeri di quel che oggi appare. Carpe diem, allora. Questa incertezza sulla scelta da compiere dopo la grande vittoria ottenuta il 26 può dunque rivelarsi, nonostante la sua ostentata spavalderia, un elemento di fragilità (parola ch'egli ritiene di aver bandito dal proprio vocabolario) per il nostro esuberante vice presidente del Consiglio.