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Napoli “autonoma”? È stato un disastro

Opinionista: 

Al di là delle schermaglie elettorali, portate più a radicalizzarsi sulle problematiche che a saperle discutere; nonostante ottuse respirazioni di orgoglio “bocca a bocca”, che lasciano il tempo che trovano, il dato più sconfortante è che Napoli è in ginocchio. Guardiamo in faccia la realtà. Da che mondo e mondo i turisti arrivano perché la città attrae per le sue naturali risorse, lo hanno dimostrato addirittura i diaristi del Grand Tour e i viaggiatori del 700 che venivano soltanto per ammirare le eruzioni del Vesuvio. Oggi se dovessero scegliere in base alla efficienza dei servizi, soprattutto di ciò che andrebbe garantito dal potere pubblico, saremmo in coda ai gradimenti. Mettere il cappello anche sul “boom turistico” è un gioco vanesio da millantatori. Va ribadito per spazzare via la muraglia di ipocrisia, cui danno forza caste e intellighenzia con il loro esercizio retorico di ideologizzare ogni atto per la propria “causa”. La verità, malgrado annacquata, è una: qui da venticinque anni a questa parte non si è fatto nulla. Ora per il culto scandaloso di una leadership populista, cui si è concesso tutto anche l’arbitrio di far apparire una quotidianità approssimativa come “rinascenza”, ora per l’assoluta insipienza al potere, ora per un velleitarismo nemico giurato di ogni progettualità. Non siamo noi a dirlo, lo si vede a occhio nudo - a meno che non si abbiano gli occhi foderati di prosciutto - nell’odierno scenario urbano di macroscopici limiti riassuntivi: le periferie senza opportunità di socializzazione e di integrazione, il centro storico privato di ogni discorso di futuro, carente di un disegno urbanistico di recupero credibile, infine il Porto a secco, Napoli est nel guado. Stesso discorso vale per le “magnifiche sorti e progressive” di Bagnoli, mortificate dalla egemonia gestionale della sinistra, ora verso il recupero solo grazie al commissariamento governativo, malgrado le “illuminate” ostilità di casa nostra. Con tutto questo contenzioso, che impone al Comune - questo sì bene comune - di guardare a Roma e a Bruxelles, di chiedere ascolto ovunque per una “governance di riscatto” - com’ è avvenuto per l’area metropolitana di Barcellona e di altre metropoli importanti - sinceramente rattrista, per non dire altro, l’idea balzana di una Napoli “autonoma”, da “autoregolamentazione”, diciamo pure autarchica, lanciata dal sindaco uscente. Discorsi che parevano da tempo archiviati, e che purtroppo riemergono quando alla ragione si sostituisce la presunzione . “Una classe dirigente che si rispetti - diceva Don Sturzo - non può solo dirigere, deve, se occorre, anche farsi dirigere”. “Napoli non si amministra da un solo palazzo - ricordava anni addietro - Maurizio Valenzi, un vero rivoluzionario democratico non una parodia. Bando alle ciance: la storia amministrativa di Napoli dimostra che la troppa autonomia, sfociata poi nella egemonia, è stata la causa maggiore degli odierni disastri. Quale che sia il sindaco, che verrà eletto, lo ricordi: per il bene suo e della città.